Da Il caffè di Venerdì 11 Maggio 2012

Abbiamo spesso parlato in questa sede delle iniziative per ricordare le
vittime della camorra, da Giancarlo Siani, nostro collega giornalista, ucciso
perché scomodo ai clan, alla piccola Annalisa Durante o a Silvia Ruotolo,
vittime innocenti uccise per errore. Abbiamo di recente raccontato qualche
storia sul recupero dei beni confiscati alle mafie (camorra, ‘ndrangheta, mafia
siciliana) e del riutilizzo a scopo sociale. Abbiamo raccontato di Libera, di
Don Peppe Diana, di Don Ciotti.
Oggi un altro nome ci riempie la mente e il cuore, per il suo operato, per
le sue parole e le sue lotte, per il fatto di essere esistito, prima che “morto
ammazzato”. Peppino Impastato
apparteneva ad una famiglia mafiosa di Cinisi, ma volle cambiar rotta, volle
militare politicamente e intellettualmente contro la mafia stessa. Egli era libero e si sentiva tale, non poteva
sopportare l’abbruttimento atroce cui la mafia stava sottoponendo la sua amata
Sicilia. Scriveva, urlava dalla sua radio, coinvolgeva la gente.
“Se si insegnasse la bellezza alla gente – diceva Peppino - la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e
l’omertà. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché
in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione, ma
rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore.” Queste parole sono una
delle testimonianze più importanti che il cosiddetto “popolo della Rete” ama
ricordare. Più di 13.000 persone
sono fan di Peppino solo su Facebook,
in generale diversi giornali online ricordano il giovane militante assassinato
dalla mafia il 9 Maggio del 1978, la stessa notte dell’omicidio di Aldo Moro. Non solo i comunisti e la
sinistra lo ricordano ogni anno, ma tanta tanta gente che ha trovato nelle sue
parole e le sue battaglie la forza di opporsi all’arroganza mafiosa.
E’ stato fatto per lui in questi anni un
fantastico film da Marco Tullio Giordana intitolato “Cento passi”, così come è anche titolata una bellissima canzone dei
Modena City Ramblers. Tanti hanno
raccontato la sua storia e hanno cercato di fare luce su una morte piena di
ombre. Sono toccanti le parole che la figlia di Aldo Moro ha indirizzato a
Giovanni Impastato, fratello di Peppino: “Mi
piacerebbe tanto che un giorno potessimo ricordare i nostri cari non nel giorno
della loro morte, ma nel giorno nel quale festeggiamo la nascita della nostra
Repubblica, il 2 giugno. Allora avrebbero davvero il loro posto, che non è
quello di vittime, ma quello di costruttori coraggiosi di un Paese in cui ci
sia posto per tutti, con uguale dignità e rispetto”. E’ come se con questa
breve frase Agnese Moro avvicinasse quei due corpi inermi, “in quella notte
buia dello Stato italiano, l’alba dei funerali di uno Stato” per dirla come i
Modena City Ramblers.

E’ bello vedere come si voglia ancora
ricordare, commemorare, che ci sia una parte di questa Italia rassegnata e
invasa dalla crisi economica e valoriale che non smette di riflettere, di
lottare, di crederci. Facendo anche solo una piccola e veloce ricerca su Twitter, ad esempio, si vede come tra
gli hastag principali e più cliccati
oggi ci sia proprio #peppinoimpastato: “Trent’anni da vivo, trentaquattro da morto,
eppure il suo segno è indelebile” scrivono, e ancora: “Un pensiero diretto alla Chiesa che impedisce la messa in sua memoria,
la mafia uccide, il silenzio pure”. Si ricordano i 100 Sindaci siciliani
che oggi sfilano per Cinisi percorrendo i 100
passi che portano dalla casa di Peppino a quella del boss Gaetano Badalamenti,
si dà il via all’undicesima edizione del “Forum
Sociale Antimafia Felicia e Peppino Impastato 2012”. E’ bello sapere che
tanti scendono in piazza ogni anno a Cinici e in tutta la Sicilia, per lui, è
bello notare come ci sia un filo diretto tra le azioni virtuali del grande world wide web e la vita di tutti i
giorni, fatta di gente in carne ossa, lacrime, sangue e qualche gioia.
E’ bello sapere che tramite “media
minori” in tutta Italia, anzi in tutto il mondo, possono arrivare queste
storie, queste speranze. Lontano da un’iconografia della mafia stereotipata,
come quella di alcuni film, e dentro storie vere e assurde, di organizzazione
criminali che ammazzano i propri stessi figli in nome del Dio Danaro.
Siamo figli di un’Europa sempre più
globalizzata, gli avvenimenti sono in continua interconnessione, dal locale al
globale e viceversa, ma sono le nostre piccole storie a renderci Patria, Paese,
Italia. Ecco perché bisogna ricordare, sempre, conoscere cosa è “il peggio” e
avere il “coraggio di cambiare”.
Luisa Ferrara