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mercoledì 13 marzo 2013

Femminicidio: quando non basta un reato

         Articolo pubblicato per Agoravox il 13 marzo 2013. 


E se l'introduzione del reato di femminicidio si riducesse a un mero slogan?
A cosa serve aggiungere l'aggravante di violenza di genere, se non si tutelano le donne prima che vengano uccise?
Proviamo a guardare questa delicata e complessa tematica da un altro punto di vista.
Negli ultimi mesi la parola femminicidio con relativo hashtag e relative discussioni online e sui social network, ha lasciato il solo web per approdare sui mass media. Carta stampata e tv ne hanno fatto immediatamente unoslogan, una parola in cui racchiudere anni di lotte, vittorie, paure.
Ma il termine femminicidio non nasce certo oggi, già studiosi e criminologi lo avevano utilizzato nel secolo scorso per indicare una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna in quanto donna, come risultato di pratiche misogine talvolta reiterate, giustificate, non perseguite.
L’escalation di omicidi e di violenze sulle donne nell’ultimo anno ha dato il via all’allarme mediatico. Si muore sempre più per mano di mariti, ex mariti, fidanzati ed ex fidanzati, nonostante sia stato istituito il reato di stalking già dal 2009.
Ma l’omicidio di una “femmina” in quanto femmina è generalmente soltanto la fase finale derivante da violenze fisiche e/o psicologiche che speso tormentano le vite di tante donne. La violenza e l’assassinio di genere sono l’apoteosi di mentalità pervase da machismo e maschilismo, che difficilmente possono essere curate con un banale aumento di pena. Sarebbe opportuno aiutare le donne quando sono ancora vive.
Pensare di aggiungere un’aggravante di reato includendo la violenza di genere, rischia soltanto di ghettizzare ulteriormente le donne che lottano per aver riconosciuti uguali diritti in Italia, in Europa in Occidente, come nel resto del mondo. O come faceva notare in questo articolo l’autrice del blog, di confondere omicidi “normali” con omicidi di genere, anche quando non lo sono.
Quello che sarebbe opportuno fare è creare una rete di protezione e supporto per le donne che subiscono violenza e maltrattamenti. Inasprire le pene per reati come violenza sessuale, molestie, maltrattamenti, minacce. Applicare concretamente e con tempestività le misure cautelative e le pene previste per il reato di stalking che racchiude in sé vari tipi di minacce, intimidazioni e atteggiamenti persecutori.
Flash mob, manifestazioni e spot sono utili ad alimentare il dibattito e ad estenderne la portata, ma non bastano. Un Paese che si dice civile, progressista e democratico, come l’Italia, ha bisogno di competenze, di persone giuste al posto giusto.
Un esempio. Qualche giorno fa, in occasione dell’8 marzo, mi è capitato di leggere una lettera di una mia conoscente su Facebook che ha voluto denunciare apertamente la sua situazione di violenza ripetuta da parte del marito. La cosa che più mi ha colpito e lasciato senza parole del suo racconto, è stata la risposta di un carabiniere cui si era rivolta per sporgere denuncia:
Quando fui nell'ufficio denuncie e spiegai al maresciallo di turno cosa fosse accaduto, con il referto medico in mano, lui “fortunatamente" dall'alto della sua esperienza e con fare paterno , mi fece rinvenire dicendomi: ." Signo' .. queste sono cose che succedono.. vuje mo' fate sta' denuncia .. che nn serve a niente... c'avete due bambini piccoli, non lavorate, quello mo' vostro marito s'incazza ancora di piu' e succede un casino. I panni sporchi si lavano in casa... vedete che tutto si aggiusta!" 
Trovare persone di questo tipo, quando si va a fare una denuncia per stalking o per maltrattamenti, non aiuta. All’interno delle questure evidentemente non c’è una seria preparazione riguardo vicende così delicate, e quindi il tutto è un po’ a fortuna: tanto può capitarti una persona che prende a cuore la situazione e ti spinge a reagire e a chiedere giustizia come è giusto che sia, utilizzando tutte le armi a disposizione, tanto si può trovare una persona sfaticata o sfiduciata che preferisce chiudere la pratica ancor prima di iniziarla, nemmeno si stesse denunciando il furto di un portafogli o di braccialetto.
Ma non finisce qui. La rete di protezione dovrebbe partire nel momento preciso in cui viene fatta una denuncia per stalking (ma non sempre, purtroppo, evidentemente, accade). Forze dell’ordine, servizi sociali e centri di ascolto antiviolenza dovrebbero mettere assieme le proprie forze e le proprie competenze. Di questi ultimi se ne è parlato egregiamente in una delle recenti puntate del programma Rai Presa Diretta, in cui si è proprio sottolineato il difficile lavoro che tante figure professionali esperte si trovano ad affrontare ogni giorno, aiutando migliaia di donne e bambini, spesso nell’abbandono più totale da parte delle istituzioni. La mancanza di fondi, infatti, rischia di far chiudere molti centri (non solo di ascolto ma anche quelli di accoglienza dotati di posti letto). Altro dato importante è la mancanza di un numero sufficiente di centri in alcune regioni d’Italia, come Calabria, Basilicata e Molise, dove talvolta le donne che hanno bisogno di aiuto, non riescono a raggiungere con facilità i centri che si trovano dall’altra parte della regione.
Dal servizio si evince inoltre la lentezza dei tempi giudiziari e la mancanza di misure cautelative valide per le donne che hanno sporto denuncia: in alcuni casi molte delle donne uccise in questa strage senza fine, avevano denunciato, anche più di una volta, vari tipi di minacce e maltrattamenti, senza che a queste denunce seguissero azioni concrete atte a proteggerle.
È da qui che nasce la mia perplessità: non vorrei che il “femminicidio” si riducesse a mero slogan, così come è stato a suo tempo per lo “stalking”. Le leggi sono importanti nel momento in cui è fatto ogni sforzo possibile per farle rispettare, mettendo a disposizione mezzi e risorse, altrimenti è pura propaganda.
Ma le leggi, anche quando applicate alla lettera, da sole non bastano. Bisogna partire dall’educazione e dalla rieducazione. Bisogna uscire dalla mentalità vittima-carnefice e riprendere il dialogo tra generi, capire l’importanza dell’uguaglianza tra uomo e donna nel rispetto delle differenze biologiche.






 
Come facevo notare in un articolo che ho scritto in occasione della Giornata internazione contro la violenza sulle donne: “…le donne che oggi vogliono essere diverse, minacciano la morale comune e sconvolgono modelli precostituiti, mettendo in crisi un intero sistema. Questo fa paura, fa paura a tutti. Non solo agli uomini. Se l’uomo picchia e ammazza per riaffermare il suo potere, che lentamente si sta erodendo, lo fa per paura, una paura che lo porta a sopraffare l’altro. Bisogna andare a fondo, e capire dove nasce questa paura. Perché si ha paura di un modello di donna che forse è cambiato, e non lo si vuole accettare”.
Accettare che la donna abbia nuovi ruoli, nuove possibilità d’espressione e stili di vita non è semplice per l’uomo di oggi. I vecchi modelli sono in crisi già da qualche decennio e questo ha portato a uno sconvolgimento all’interno dei nuclei familiari e affettivi. Oggi le donne scelgono con più facilità la propria vita e la propria condotta, e non tutti gli uomini, ma nemmeno tutte le donne, sono pronti ad accettare ciò.
Ho parlato, sempre nello steso articolo, di “un altro tipo di violenza, quella che le donne fanno alle altre donne. La violenza psicologica di chi impone schemi in cui rientrare per essere “donna”, prescrive “buona maniere”, stili di vita, ruoli. La violenza di chi ti dice cosa è giusto dire, fare, e come farlo. Di chi vuole che si rimanga uguali a se stesse, perché è più comodo così. Una società in cui sono le donne a giudicare le donne, a renderle deboli e vulnerabili quando non rientrano nel concetto di “donna” che tutta la società si aspetta.”
Questo succede anche quando le madri, le zie, le nonne, le cognate o le sorelle, ti invitano a sopportare maltrattamenti per preservare la famiglia o la relazione, per “difendere i figli”, l’immagine, il “nome”.
Eppure siamo noi donne, noi future mamme, insieme ai futuri padri, ad avere una grande responsabilità:insegnare ai nostri figli, ancora una volta, il rispetto per le donne, unito alla consapevolezza che rispettare le donne (di qualunque età, nazionalità, etnia, religione) non sia segno di debolezza, ma una grande qualità, un grande pregio.
Con l’augurio che un giorno questo pregio diventi normalità. 

Luisa Ferrara

domenica 20 gennaio 2013

Raccontare non è speculare.



Credo che Roberto Saviano, in quanto essere umano, possa essere criticato assolutamente, ma dargli colpe che non ha mi sembra assurdo. Quei manifesti sono ridicoli, e chi li ha fatti ha la responsabilità, ancora una volta, di far fare un passo indietro a Scampia. E non perché non si farà la fiction, di cui non è detto che si debba sentire l'esigenza, ma perché si avalla l'ipotesi che raccontare le cose significhi avere la colpa di quello che accade. Deplorevole concetto, camorristico e mafioso.

L'ho scritto stamattina su Facebook, commentando il post di un collega.

Fiction o non fiction? Non è questo il problema.

Sicuramente a Scampia serve altro, serve tanto, partendo dal legittimare e dar luce al lavoro che tante associazioni, e tante brave e oneste persone, fanno ogni santissimo giorno sul territorio. E' giusto lottare affinché tutto questa venga fuori e vada finalmente dinanzi alle telecamere, ma non si può trattare Saviano come uno che gode delle miserie di Napoli e provincia per "farsi i soldi sopra". Questo farebbe il gioco di chi finora lo ha denigrato affinché si spaventasse e non raccontasse più. Ma raccontare i fatti talvolta è un modo per uscire allo scoperto, e cominciare ad ammettere i problemi, prima di trovare il modo di risolverli. E per risolverli, ahinoi, non basta la penna di uno scrittore o di un giornalista, ma serve grande morale, coscienza civile, interesse dello Stato, azione politica.

Non ce lo dimentichiamo.




martedì 11 dicembre 2012

Disamore criminale.

Da Il caffè del 7 dicembre 2012.




25 novembre 2012. Non solo le primarie del centro sinistra, la fila per votare o i tanti seggi vuoti. Non solo Il testa a testa di Renzi e Bersani, ma anche una giornata che ha un significato particolare per tutta l’Italia e per tutte le donne.
E’ dal 1999 che, tramite una risoluzione,  l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne,  e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le Ong, a organizzare attività volte a sensibilizzare l'opinione pubblica in quel giorno.
L’Onu non ha fatto altro che ufficializzare una data che era stata scelta da un gruppo di donne attiviste, riunitesi in Colombia nel 1981, per ricordare il brutale assassino delle tre sorelle Mirabal nel 1960, considerate esempio di donne rivoluzionarie per l'impegno con cui tentarono di contrastare il regime dittatoriale  della Repubblica Dominicana.
Man mano questa data è stata adottata da varie associazioni e organizzazioni, come anche Amnesty International. In Italia diversi centri antiviolenza hanno cominciato a celebrare questa giornata portando sotto i riflettori i tanti episodi di violenza e omicidio che ogni giorno si susseguono contro le donne.
E se l’informazione tradizionale più attenta si muove nei canali classici, online girano tanti articoli, vignette, messaggi sia nelle varie testate giornalistiche, sia nei blog che sui social network, che sono come sempre mezzo di espressione e discussione per tanti utenti, soprattutto giovani.
Su Twitter ad esempio sono andati forte gli hastag #nomore,  #25novembre e #femminicidio, e ci sono stati tanti commenti per commemorare questa importante giornata, non senza un velo di sfiducia e polemica.
Gaia ricorda: “Oggi, per favore, non parlate solo di primarie: è la giornata mondiale della violenza contro le donne”, mentre Elena ci tiene a dire che: “La giornata contro la violenza sulle donne non dovrebbe essere solo oggi ma tutti i giorni e ogni secondo dell'anno”.
E’ più diretta Valentina: “La violenza sulle donne è una vera piaga sociale. Uomini imparate il rispetto. Donne insegnatelo ai vostri figli”, sottolineando, dunque, come la violenza sulle donne sia il risultato di un problema profondamente culturale.
Stefania porta i conti: “La violenza domestica è la prima causa di morte di donne nel mondo tra i 16 ai 24 anni”, mentre Manuela si chiede: “Perché la #violenza sulle donne non è una priorità nell’agenda politica di questo Paese?”.
Tante domande, tutte legittime, tutte importanti. C’è anche chi esorta al cambiamento, che venga dall’alto: “Odio i proclami e le strumentalizzazioni politiche. Piuttosto impegnatevi per cambiare qualcosa, davvero.”
E poi c’è chi, guarda caso proprio un uomo, un ragazzo di nome Guido, ci ricorda: “Le donne sono persone. E come tali, hanno il diritto di essere rispettate, valorizzate e tutelate. Un sorriso sincero, per voi.”
Meglio di un fiore, grazie.

Luisa Ferrara

mercoledì 28 novembre 2012

La striscia di Gaza e la battaglia virtuale.

Da Il caffè del 23 novembre 2011.


Sono giorni d’inferno per la striscia di Gaza, da quando il conflitto si è riacceso.
Salgono a 164, di cui 43 bambini, le vittime palestinesi nei raid israeliani su Gaza, terminati ieri sera.
5 i morti israeliani, soltanto 5 verrebbe da dire, come se fosse bello fare un confronto tra “morti”.
Oggi, 22 novembre, sembra sia arrivata la tregua, anche se non si sa quanto davvero possa durare e quanto sia stabile. In poche ore tutto può ribaltarsi, tutto cambia, tutto scoppia. Così è la guerra.
Su Twitter c’è un susseguirsi di messaggi speranzosi: “La tregua regge” oppure “Gaza, notte tranquilla, tornata la calma nella Striscia”. Ma l’ansia per il pericolo di una ripresa da parte del governo israeliano nel bombardare i palestinesi non passa.
Una delle notizie più commentate è la foto di un bambino con una pistola tra fuochi d’artificio e raffiche di spari durante i festeggiamenti palestinesi per l’interruzione dei raid.


Dure le critiche all’esercito israeliano: “L’esercito israeliano, il più moderno e sofisticato del mondo, sa chi uccide. Non uccide per errore. Uccide per orrore.”
Ma non ci sono solo commenti degli utenti da tutto il mondo, che esprimono paura e sentimenti contrastanti, oltre che ragioni opposte, ma anche tweet ufficiali da parte di ambedue le fazioni, l’esercito israeliano e Hamas. Stavolta sembra che questa guerra non sia fatta solo missili e di bombe. Il conflitto è passato sui social network da quando l'esercito israeliano ha scelto Twitter per rendere note le sue operazioni militari, e anche le brigate di Hamas utilizzano i tweet per informare su obiettivi e vittime.
Al Jazeera racconta di una guerra a colpi di “hastag” per controllare la narrazione del conflitto sui social. E quello che sembra un mondo lontano, diventa così vicino a noi che abbiamo difficoltà a comprendere come siano cambiati i tempi, e come tutto da decenni in fondo sia fermo.


Una guerra scritta in inglese, seguita dal mondo, virtuale oltre che reale. Che diventa guerra di immagini, tra foto struggenti di bambini ammazzati, di cui è difficile distinguere la “nazionalità”. Un conflitto infinito, che non sembra trovare soluzione, per il quale non si trovano le responsabilità.
O forse non si vogliono ammettere.

Luisa Ferrara


domenica 25 novembre 2012

25 novembre 2012




Io voglio parlare di un altro tipo di violenza, quella che le donne fanno alle altre donne.

La violenza psicologica di chi impone schemi in cui rientrare per essere “donna”, prescrive “buona maniere”, stili di vita, ruoli.
La violenza di chi ti dice cosa è giusto dire, fare, e come farlo. Di chi vuole che si rimanga uguali a se stesse, perché è più comodo così.

Una società in cui sono le donne a giudicare le donne, a renderle deboli e vulnerabili quando non rientrano nel concetto di “donna” che tutta la società si aspetta.

Donna madre, donna femmina, donna delicata, donna curata, donna impeccabile in tutti questi ruoli.

Si può andare aldilà dei concetti di matriarcato o patriarcato, di sessista, femminista e maschilista?

Mi piacerebbe che per un giorno si andasse oltre certi paradigmi mentali che aiutano poco a capire la realtà che evolve veloce sotto i nostri occhi.

Le donne che oggi vogliono essere diverse, minacciano la morale comune e sconvolgono modelli precostituiti, mettendo in crisi un intero sistema. 

Questo fa paura, fa paura a tutti. Non solo agli uomini.

Se l’uomo picchia e ammazza per riaffermare il suo potere, che lentamente si sta erodendo, lo fa per paura, una paura che lo porta a sopraffare l’altro. 

Bisogna andare a fondo, e capire dove nasce questa paura. Perché si ha paura di un modello di donna che forse è cambiato, e non lo si vuole accettare.

E questo devono cominciare a farlo le donne stesse, interrogandosi quotidianamente su cosa sono e cosa vogliono essere. 

Le stesse donne che finalmente devo sentirsi libere nel profondo di essere ciò che sono davvero, aldilà delle aspettative del mondo intero che hanno intorno. 

Libere secondo i propri valori e i propri credi, che devono essere frutto di scelte consapevoli e personali.

E’ difficile, forse non basta una vita, ma perché non provarci?

Io non ho paura solo delle botte, ho paura anche di tutti quei segni che restano dentro a vita, di tutto quello che questo mondo mi fa scontare ogni giorno, solo per il fatto che sono donna. 


sabato 4 febbraio 2012

Vandali VS Beni Culturali

Da "Il caffè" del 3 Febbraio 2012.


Santa Maria Capua Vetere è in fermento. Città antica e storica, talvolta dimenticata, ospita l’Anfiteatro Campano, gran vanto per la città stessa e i paesi limitrofi, qualche volta abbandonato, altre addirittura “aggredito”. Nella notte tra il 23 e il 24 gennaio, “ignoti vandali” hanno danneggiato alcune delle tombe sannitiche del IV secolo a.C. presenti all'interno dell'Anfiteatro Campano. Immediata è stata la reazione di parte della cittadinanza. In particolare, gli studenti della Facoltà di Lettere e Filosofia, si sono organizzati per protestare sin dal primo momento, mostrando indignazione, dispiacere e incredulità.

Facebook ha fatto da ponte: è nato l’evento “DifendiAMO il passato - L’Università in campo a tutela dei Beni Culturali”, per comunicare a tutti l’avvenimento e la volontà di non restare con le mani in mano, ma di denunciare lo scempio, l’atto ignobile e criminoso, e con il rinnovato desiderio di difendere la propria città e la propria storia, chiedendo spiegazioni alle autorità di competenza.
Dalla pagina Facebook "Ciò che vedo in città - SMCV"


Online c’è rabbia e trepidazione: l’evento fondato da Fabio Carbone, uno studente di Lettere, ha lo scopo di coinvolgere quanta più gente possibile per la manifestazione prevista per sabato mattina alle 11 che si terrà nella piazza antistante l’Anfiteatro. Interverranno professori universitari e archeologi, ma anche il Sindaco della città. Ecco che ci si chiede: è giusto che la politica faccia la predica ai cittadini? Non sarebbe stato meglio, se prima, prima di tale scempio, fossero state prese precauzioni per proteggere questo bene culturale che dà lustro alla città?
Nel gruppo Facebook “Ciò che vedo in città SMCV” Ernesto fa giustamente notare: “Sarebbe il caso di costituire un soggetto per interloquire con gli enti pubblici e tutelare il nostro patrimonio archeologico-culturale-storico. Non si possono accettare più esternazioni ipocrite, politichesi e ....., da rappresentanti delle istituzioni, quando non hanno fatto niente e adesso rinsaviscono per fare gli indignati della situazione.” Lucio risponde con molta ironia: “dite al sindaco di montare qualche telecamera h24, invece di mettere solo due piste di bocce per qualche pugno di voti…”.
Nel frattempo ci si organizza per il 4, si spera che il tempo sia clemente, si cercano generatori di corrente e microfoni, si spera che la cittadinanza accorra unita, e Donato aggiunge: “Amici, cosa ne dite se sabato 4/02/2012 alle 11:00 partecipiamo al corteo indetto dall'università con le BICI???”.
Possibile che la città sia davvero stanca dei palazzi, del cemento e dell’incuria? Possibile che vi sia una parte dei cittadini che vorrebbe riappropriarsi degli spazi vitali, delle strade e delle piazze? Probabilmente c’è una parte della cittadinanza che ha ben presente il senso della parola “civile”, che vorrebbe ci fosse una maggiore sensibilizzazione rispetto ai valori della cultura e della legalità, della cura del posto in cui viviamo, e del messaggio storico che i monumenti portano in sé.
Biasimare i vandali, e poi scovarli e punirli, sarebbe ottimale, ma sono importanti anche le responsabilità di chi non ha agito in tempo.
Se le Istituzioni non danno l’esempio e non fanno il loro dovere, come pensano di formare la cittadinanza e le giovani generazioni? Le chiacchiere non sono mai servite, i valori si veicolano con i fatti, attraverso le azioni, concretamente, ogni giorno.

Luisa Ferrara 

lunedì 16 gennaio 2012

Per fortuna o purtroppo.

La tragedia che ricorda il Titanic, il freddo, le acque gelide, la "colpa umana". 
Un'Italia sempre più cruenta, dove si ammazza per soldi, dove ci si suicida perché si è persa la dignità.
Le news scorrono veloci, inquietano gli animi più sensibili.
Alle volte la fine del mondo sembra aver preso le coscienze, mi sembra tutto un lento sprofondare verso il baratro.
Non senti belle notizie, sei angosciato da tutto quello che riguarda la politica italiana, la non crescita economica, il rischio di fallimento statale, la disoccupazione, il precariato.
Vivi la crisi anche un po' sulla tua pelle, sei preso dalla paura per il futuro. 
Le prospettive non sono rosee, non di certo.

Chissà se gli italiani in questa fase si sentono più uniti o tutto questo non serve a nulla. Mi chiedevo oggi, quanto una tragedia possa influire sul senso di unità di un paese. Quanto la crisi in generale possa accomunare le varie classi sociali. Ultimamente ho sentito una nuova formula: "gli italiani che mettono le mani in tasca ad altri italiani". Parola di Monti, parlando degli evasori fiscali. Eh si, perché c'è una parte consistente di nostri concittadini che non pagando le tasse, toglie a tutti, toglie agli altri, toglie alla comunità. E come dice la pubblicità "se tutti pagano le tassi ci sono più servizi per tutti", ma sarà vero?

Saranno parole vecchie o scontate, ma per me l'Italia non è un paese unito, non lo è e difficilmente lo diventerà. E non solo per l'esistenza della Lega, e non solo per l'eterna lotta tra Nord e Sud o tra comunisti e fascisti (che non è dir poco). Siamo un popolo convinto che fottere l'altro equivalga a essere vincenti. Non c'è voglia di fare le cose assieme per migliorare la realtà, c'è un egoismo agghiacciante. E' nell'aria, purtroppo.



Giorgio Gaber diceva: "io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono". 
Non so se trovarmi d'accordo, ma indubbiamente la sua poesia nasconde una grande sensibilità. L'odio-amore verso la propria patria è un sentimento sano. Non si dovrebbe mai smettere di sottolineare ciò che non va, per poterlo migliorare, perché in fondo, si ama la propria terra. Io non credo che la soluzione sia andare via. Bisogna provarci qui, almeno provarci. 

domenica 18 dicembre 2011

Italiani brava gente?


Da Il caffè del 16 Dicembre 2011 - Luisa Ferrara

Giornate di fuoco e di spari, l’assurdità si è impadronita dei TG. Tra manovre economiche, spread, Ballarò e i soliti salotti brunovespiani, notizie angoscianti hanno disturbato pranzi e cene dell’italiano medio. In meno di una settimana il nostro Paese è stato scosso da due episodi di razzismo davvero sconcertanti.

Agli italiani basta poco per cacciar fuori gli istinti animaleschi più repressi. La chiamano “esasperazione”, ma sarebbe opportuno definirla emotività immotivata. Quando si smette di ragionare sulle cose, in preda a paure infondate, in preda a un luogocomunismo becero e vigliacco, nascono i mostri della coscienza. La xenofobia e il razzismo non sono mai morti in Italia: siamo sospettosi, viviamo con la paura che qualcuno diverso da noi, ci rubi il pane sotto i denti. Banalmente, più grandi sono i problemi che attraversiamo, più rabbia repressa esprimiamo contro il diverso. Il diverso è colui che viene in Italia e ci porta in regalo la sua religione, la sua pelle, il suo odore, i suoi problemi, la sua miseria, le sue paure. Che sia rom, cinese, africano, indiano, ci va bene se fa i lavori più umili, se ci raccoglie i pomodori a 5 euro a giornata, se bada ai nostri nonni anziani, se si fa il culo nei cantieri. Dà fastidio però se apre un negozio, se concorre per un lavoro migliore. La verità è che noi vorremo fossero schiavi, l’accoglienza è solo una scusa. Ci piace l’idea che restino dei poveracci, e che debbano fare quello che noi non facciamo più, perché noi siamo “più civili”. Se stanno nel recinto, possono anche restare, se si prendono qualche diritto, allora “via da qui”. Non ci credo ai gesti folli, credo ad una cultura confusa, a una mentalità contorta, ad un’Italia vittima di 15 anni di razzismo legalizzato e portato al governo.
“Erano stranieri e puzzavano; uno dei due aveva una cicatrice sul viso. Io ero vergine. È stato terribile“. Queste le parole di una ragazza torinese che ha denunciato per stupro due ipotetici rom, allo scopo di nascondere un rapporto sessuale consenziente con il suo ragazzo. La sua bugia, poi scoperta, ha provocato un disastro: una fiaccolata di protesta è sfociata nella devastazione e nell’incendio di un campo rom alla periferia di Torino.
“Viva la satira” su Facebook ha sdrammatizzato così la non notizia: “Ragazza denuncia stupro, la folla incendia un campo rom: ma lei aveva smentito. Parte con uno scivolone la campagna di tesseramento della Lega per il 2012.” Cinicamente realista, non trovate?
Ben più grave e triste quello che è accaduto a Firenze: un cinquantenne vicino a Casa Pound, che è stato definito “un intellettuale introverso”, ha ucciso due ambulanti senegalesi e poi si è tolto la vita. Ieri al programma dell’Annunziata su Rai 3 Iannone di Casa Pound ha detto che loro lo conoscevano appena, che è soltanto un folle che ha commesso un efferato omicidio, e che è sbagliato definirlo “l’assassino di Casa Pound”. Ha detto anche che Casa Pound non è razzista, non è antisemita, non è di estrema destra. In realtà, approfondendo il movimento, salta agli come essi siano dei militanti neofascisti che in alcuni volantini sono anche definiti “anti-antifascisti”. Sulle pagine Facebook delle loro associazioni disseminate in tutte Italia, è facile leggere la parola “camerati” e inneggiamenti vari a quelle ideologie. Adesso ci si vuole nascondere dietro al volontariato, ad un presunto intellettualismo. In realtà questi giovani fanno proseliti nelle scuole romane intorno a tematiche fasciste e xenofobe, organizzano sit in portandosi dietro “30 mazze di legno di lunghezza variabile tra i 50 e 60 centimetri, 50 tranci di cavi elettrici rivestiti di plastica lunghi oltre un metro, 30 bastoni di plastica di un metro, numerose bottiglie di vetro vuote, settecento sampietrini (…)”, come racconta Giuly nella pagina Facebook “No Casa Pound a Napoli”. Queste persone sono contrarie a una società multietnica e plurale, così come lo sono la Lega Nord e la destra più estrema italiana. Non vogliono integrazione, vogliono cacciare il diverso, questo è il loro pensiero quotidiano. Non vogliono ragioni. E’ su questo retroterra che possono crescere e svilupparsi atteggiamenti razzisti e violenti. Si alimenta l’odio, il disprezzo generale e irrazionale per ciò che non si conosce realmente. 
E poi succede che in un scuola media casertana, ad una bimba in seconda media venga detto dalla professoressa: “Tu sei diversa, tu sei nera”, e ci si chiede come sia possibile. Con questi presupposti, tutto è possibile. Che colpa ha quella bimba dell’ignoranza degli adulti, della loro presunzione? Che colpa hanno i genitori di quella bambina? Pensavano di trovare in Italia “la civiltà” e hanno trovato odio e razzismo. Nella pagina Facebook “Ciò che vedo in città” Monica ricorda che per fortuna non tutti gli insegnanti sono così, ce ne sono tanti che lavorano dando il cuore ai loro ragazzi. Ci mancherebbe, ma ha fatto bene a ricordarlo. L’Italia non è tutta così: ci sono tanti italiani che sanno accogliere, aiutare, che amano il confronto, la conoscenza di popoli e culture diverse, che chiedono integrazione e fanno qualcosa per ottenerla, nel concreto, tutti i giorni. 

foto di Repubblica.it