Da Il caffè del 20 Luglio 2012

Anche nel mondo
dell’informazione esistono mode. Notizie che “tirano” più di altre, termini che
rimbombano nell’immaginario collettivo fino a risultare ripetitivi ed estenuanti.
In un batter d’occhio cambiano i “trend”
anche sui social network. Da “Napolitano” (per la storia delle intercettazioni)
ad “Arcore” (per il ritorno di Berlusconi in politica), dai “Deep Purple” (per
la morte del tastierista della band) a “Nelson Mandela” (per il suo compleanno,
94 anni). E così via come in un flusso senza fine, in cui talvolta perdersi,
anche per i più attenti, non è difficile. Con il rischio che qualcosa rimanga
al buio, che di qualcosa si parli inevitabilmente di meno, nonostante non sia
meno importante di altro.
Manca solo un giorno
all’anniversario della morte di Paolo Borsellino, 20 luglio, strage di Via
D’Amelio, ma già in qualche modo se ne sta parlando, già a molti è venuto in
mente il sacrificio di alcuni giudici italiani per l’amore della verità. Le
“colpe” del giudice Borsellino, così come per Falcone, probabilmente risiedono
nell’aver cercato di indagare su cose su cui non si poteva indagare. In tanti
oggi parlano di una trattativa
Stato-mafia, e grazie ad alcune indagini e agli interrogatori ad alcuni pentiti si sono fatti anche i nomi. Ma si tenta
di nascondere, di infangare, di far passare tutto in sordina, com’è nello stile
Italiano, quello di non far mai luce sulle grandi tragedie e sugli eventi
storici di questo paese, ma nicchiare, passar oltre, nel tentativo di far
cadere tutto nel dimenticatoio, per salvaguardare “gli interessi della
democrazia” o forse, quelli di pochi. In questo contesto in tanti, non hanno
capito, non hanno accettato, l’atteggiamento di Giorgio Napolitano.
Il fatto. La Procura della Repubblica di Palermo ha
deciso di non distruggere alcune intercettazioni che coinvolgono, anche se
indirettamente, il Capo dello Stato,
nelle indagini sulla trattativa Stato-mafia. Il Presidente della Repubblica si
è opposto a questa decisione, giudicando le intercettazioni “lesive
di prerogative attribuitegli dalla Costituzione”, L’unica giustificazione data da Napolitano ha
riguardato il dovere di non creare precedenti “grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo
successore immuni da qualsiasi incrinatura le
facoltà che la costituzione gli attribuisce". Dal canto loro i
magistrati ritengono di aver rispettato le regole e di non aver leso l’immunità
del Presidente.
Le reazioni politiche sono state diverse e inaspettate, ma è l’opinione
pubblica ad essere più amareggiata e delusa. Online sono tanti i commenti che
riassumono la situazione: “I
drammi della vita: svegliarsi Napolitano e
sentirsi come un cittadino intercettato qualunque”, oppure: “Caro
Pres. #Napolitano,lei
avrà certamente tutte le ragioni, ma io quando vedo uno terrorizzato dalle
proprie #intercettazioni,
mi spavento.”
E ancora: “#Napolitano chiede di
distruggere le intercettazioni che lo riguardano insomma non ho niente da
nascondere ma lo nascondo lo stesso”.
Le critiche non sono affatto velate, e il sentore
generale rispecchia questo punto di vista: “Ho
sempre considerato #Napolitano un ottimo
Presidente. Ma ora che toccano lui, le intercettazioni sono scomode? MI
spiace,non funziona così”.
D’altro canto ci sono i soliti garantisti che
ribadiscono (mai come questa volta) l’esigenza di fare una legge che limiti le
intercettazioni, come già si provò a fare ai tempi di Berlusconi. Questo sembra il momento migliore per
riproporla. E ci sono quelli, come l’Idv, che criticano totalmente
l’atteggiamento ambiguo del Presidente. Il PD sembra proteggere Napolitano,
così come l’Udc, per rispetto alla figura dell’uomo del Colle. Ma basta davvero
la fiducia in un uomo a placare gli animi? Per l’ennesima volta si ha la
sensazione di non essere tutti uguali davanti alla legge, e di non poter mai e
poi mai accedere, in questo Paese, alla verità storica e politica.
Luisa Ferrara