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giovedì 17 gennaio 2013

L'oscenità di Marchionne.

L'ho scritto qualche giorno fa sul mio profilo Facebook, presa dalla rabbia:


Come si fa a dire che uno che mette per anni i suoi operai in cassa integrazione sia un grande imprenditore? Parliamone, parliamo di Marchionne, provate ancora a difenderlo. E' una vergogna. Un grande imprenditore, che crede nel libero mercato, non si affida continuamente allo Stato per mettere le toppe ai problemi della sua azienda. Perché è così difficile da capire che la Fiat non ha futuro?

E continuo a pensarlo, giorno dopo giorno.

Marchionne è uno di quegli esseri che mi crea profonda amarezza. Faccia come il culo, nessuna sensibilità, poca bravura e tanta supponenza.

Un uomo che non ama la sua azienda, non cerca di difenderla, ma vuole solo scampare ai problemi e continuare a incassare milioni e milioni di euro all'anno.

La cosa "bella" è che continua, indisturbatamente, a fottersi soldi dallo Stato e a prendere per i fondelli tutti.

Le sue dichiarazioni rasentano ormai il ridicolo, mi ricordano un altro esponente dell'imprenditoria italiana, le cui aziende però perlomeno funzionano. Non fatemi fare nomi.

martedì 31 luglio 2012

Monti e la spending review.




Da Il caffè di Sabato 28 Luglio 2012 


Dalla pagina Facebook: "Ci pisciano in testa e ci dicono che piove"


Tra un politico corrotto e un altro, ultimo Formigoni, tra l’annunciato ritorno di Berlusconi, gli Europei e poi le Olimpiadi, lo spread che sale e scende, Monti resta lì, come unica sicurezza, lui e i suoi tecnici che hanno “salvato l’Italia” e che stanno cercando, almeno secondo gli intenti e le notizie ufficiali, di non farla inabissare ulteriormente.
I giornali titolano: “Monti ai partiti: la situazione è seria, ma no allarme”; “Piazza affari in rialzo, spread sopra i 520 punti”; “Istat: vendite al dettaglio in calo”, e così via, in un flusso di notizie preoccupanti, e tra domande su domande che attanagliano gli Italiani.
Online fioccano ovviamente battute e critiche, al giorno d'oggi sembra che chiunque possa esercitarsi al meglio nel fare satira. Tra cartelli e immagini ironiche che girano su Facebook nei vari gruppi a sfondo politico o sociale o da parte di singoli utenti, e fra le brevi battute su Twitter, ci si consola in qualche modo, ci si ribella, ci si sfoga, come se questo bastasse

“#Monti suggerisce di ispirarci a San Francesco. Vorrei ricordargli che il santo non si spogliava dei beni degli altri.”, scrive La Sora Cesira, mentre il Creattivo chiosa con più irritazione: “#Monti :"abbiamo finito le munizioni". Noi invece i fucili e i forconi ce li abbiamo belli carichi. #Montidimettiti".

Qualcuno ironizza più delicatamente: “#Monti: «Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione». Un tecnico li tassa entrambi”, ma il sentore purtroppo è lo stesso.

Gli italiani sono stanchi di pagare e fare sacrifici per errori di cui non sono completamente responsabili. C’è una parte d’Italia corrotta, una parte che evade le tasse, ci sono i soliti furbetti del quartierino, ma ci sono tanti italiani onesti che dopo anni di sacrifici per una vita da classe media con un benessere modesto, si sentono di perdere tutto o quasi, e c’è una gran fetta di persone che vira davvero verso la povertà. Di quest’ultima bisogna sicuramente occuparsi in fretta, così come di tutti quei giovani che hanno bisogno di lavorare.
E lo spettro di possibili tagli agli stipendi statali o delle tredicesime spaventa gli italiani che lavorano nel settore pubblico, mentre la crisi economica continua a far fallire aziende e a provocare licenziamenti nel privato. In questo contesto non c’è spending review (revisione della spesa pubblica) che rassicuri. Si è parlato di tagli alle Province (talvolta cancellazione), di più soldi ai comuni, di tagli alla sanità (ancora?) e di altre riduzioni di spesa (tagli ad Enti, vendita del patrimonio pubblico, etc.). Si spera di sentire e vedere applicata sempre più una razionalizzazione dei costi, invece che “tagli” generici. Del resto, è bene ricordare, che se l’Italia non avesse avuto un debito pubblico accumulato nei decenni così alto, forse oggi noi non saremmo in una situazione così grave, a un passo dal baratro. Qualcuno lo faccia notare a chi oggi vorrebbe spiegare a Monti come governare, quando l’ha fatto, evidentemente male, per 20 anni e più. 

Luisa Ferrara 

lunedì 7 maggio 2012

20 anni di nulla, e poi il baratro (per forza!)










Qualche me se fa mi è capitato di leggere un articolo de linkiesta.it in cui si proponeva un'iconografica sul debito pubblico italiano. Premesso che ricorrere alle iconografiche può essere un metodo interessante per schematizzare complessi argomenti, credo sia fondamentale riconoscere e sottolineare che buona parte di questa crisi è la conseguenza di 20 anni di governi superficiali e irresponsabili. 
E' come se una famiglia spendesse ogni mese più del dovuto, magari anche per cose superflue, chiedendo prestiti in continuazione, non curandosi del fatto che sarà difficile ripagare tutto con gli interessi. 
Come giudichereste i capifamiglia? 
Se poi questa famiglia spende ma non "cresce", quindi non crea un "profitto" sano e a lungo termine, ma anzi i componenti hanno lavori saltuari e precari,  e nessun risparmio  da parte, allora il problema è ancora più grande, perché difficilmente la situazione sarà recuperabile. Infine si è costretti a vendere i propri beni, come gioielli o altri oggetti di valore, e a rinunciare alle spese su libri ed educazione, a mangiare alimenti di minor qualità perché più economici, mettendo a rischio anche la salute. Per non parlare delle cure mediche, e delle piccole ristrutturazioni che rendono la casa più sicura. Io non affiderei mai mio figlio a questa famiglia. Allora mi chiedo come abbiamo fatto ad affidare il nostro Paese nelle mani di questi governanti. Si sapeva del debito? Non ci veniva raccontato? Gli illustri economisti di cui è pieno il mondo non ci avevano fatto caso? 
Certo, qualcuno può dire, se non fosse scoppiata la crisi, il nostro debito lo avremmo ripagato man mano... e perché non prima del baratro? 



http://www.linkiesta.it/



Provate ad applicare la metafora famiglia all'Italia intera a vi renderete conto del disastro (non che non fosse già chiaro). L'Italia non cresce, non c'è lavoro, siamo costretti talvolta a svendere nostri beni, a tagliare scuola e sanità. Probabilmente se negli ultimi 20 anni si fossero tagliati gli sprechi e si fossero razionalizzate le spese per le cose importanti (welfare, scuola, sanità, cultura, infrastrutture ecc.) oggi avremo una situazione più sicura e avremmo meglio fronteggiato la crisi. Per razionalizzare intendo per l'appunto, evitare gli sprechi attraverso validi controlli, puntuale verifica di quali siano le spese per i servizi e l'effettivo funzionamento di tali servizi. Che sia per l'acquisto di materiale sanitario, o per l'appalto una scuola. O la gestione del trasporto pubblico o la cura delle strade. 


Forse il nostro sistema-Stato non funziona bene, forse ci sono stati e ci sono uomini politici o detti tali, che hanno approfittato delle loro posizioni per fare i propri interessi, senza badare ai loro compiti e ai loro doveri. Questo sembra ormai chiaro. Forse ci sono e ci sono state persone incompetenti nei posti chiave, persone arriviste e insensibili alla guida del Paese, delle sue industrie dei suoi servizi essenziali. Com'è abbiamo reso possibile ciò? Perché non abbiamo impedito che accadesse? Cosa ancora si può fare?


Io so soltanto che, mai come ora, la soluzione deve esser trovata all'interno della nostra democrazia, con i mezzi che già abbiamo e che finora non abbiamo saputo usare. 






giovedì 19 aprile 2012

L'inverno dei mercati e le prediche di Napolitano.


Da Il Caffè del 13 Aprile 2012




Foto tratta da cambiailmondo.org


Mentre le indagini della magistratura mettono in subbuglio il partito della Lega Nord, mentre Camusso, Fornero e Mercegaglia litigano sulla riforma del lavoro, mentre si mette mano in Parlamento ad una legge che regoli (meglio di quanto è stato fatto finora) i rimborsi elettorali ai partiti, Napolitano fa una delle sue belle prediche, cui ormai siamo abituati, e che forse in qualche modo, un po’ ci tranquillizzano.

‘Non basta l'invocazione un po' fastidiosa e vacuamente polemica della crescita come se ci fosse sordità su questo, come se fosse chiuso il capitolo del rigore finanziario, serve un mercato del lavoro più trasparente, meglio regolato ed efficiente, ma serve anche nuova occupazione per i giovani’, ha detto il presidente della Repubblica nella cerimonia al Quirinale per la presentazione del progetto "Gse, energie per il sociale”. Il capo dello Stato ha ricordato che nel Paese c'è ‘una seria disoccupazione e inoccupazione giovanile che pesa sulle famiglie, una mancanza di prospettive di occupazione per i giovani’, e ha promesso che di ciò si terrà conto in Parlamento nella discussione sulla riforma del mercato del lavoro.
Ma quali sono gli umori e le preoccupazioni degli italiani che trapelano dal web? Tra uno spread in salita e uno discesa, la gente comincia ad avere paura davvero. Le tasse aumentano, così come aumenta l’evasione di chi riesce a farla franca ingannando i propri concittadini e lo Stato. L’incremento della pressione fiscale smorza la vera crescita, se per crescita si intendono investimenti da parte delle imprese e assunzioni. Dinanzi a tante tasse molte piccole e medie imprese collassano, considerando la crisi economica, l’inflazione, l’impoverimento delle famiglie, la disoccupazione. C’è incertezza, si ripete da mesi, si fanno meno progetti perché si è più precari, si fanno meno acquisti perché tutti più poveri.
Da dov’è che si può davvero ripartire? Ecco che fioccano i commenti delusi, arrabbiati, ironici alle parole di Napolitano, sicuramente non contro la sua persona, che in quanto garante della democrazia non è certamente il responsabile di questa situazione, ma da cui forse ci si aspetta qualcosa in più.
Da Twitter, citando le parole di Giorgio Napolitano: “Non c’è crescita senza innovazione, dovrebbero dirlo a coloro che tagliano i fondi alla ricerca” esclama un giovane iscritto.  Oppure: “Ora rilanciare la crescita, se si riferiva a quella di #spread, debito pubblico e suicidi, l’obbiettivo è stato raggiunto”. Qualcuno è più duro, e inserisce, non proprio velatamente, il Capo dello Stato tra i responsabili: “Si deve agire dalla ripresa, esatto: bisogna assolutamente fermarli, a partire dal colle”. “Ci assilla ( a noi anziani) il rilancio della #crescita produttiva e occupazionale” si ironizza ancora partendo dalle parole del Presidente. “E’ l’inverno dei mercati” ha detto Napolitano, e da Twitter rispondono: “Già pronte le catene”. Qualcuno è anche più duro, invocando la galera per Napolitano, Monti e la Fornero, responsabili dello sfascio dell’Italia.
La borsa italiana cala, e l’illusione di essere usciti dalla crisi vacilla. Lo spread è ancora instabile, ma non si può dire che il responsabile della crisi sia il governo tecnico. Piuttosto, si può criticare il modo di uscirne o cercare di risolverla. Sicuramente accanto a emendamenti essenziali ci sono altrettante soluzioni che sono state inaspettate e non sembrano, almeno finora, nel breve termine, essere efficaci. Ciò che delude è il fatto che non ci sia stata una vera legge patrimoniale, e che non si siano toccati i veri grandi sprechi e privilegi della politica.
Basterà la crisi dei partiti a riformare la nostra classe politica, a renderla più responsabile e accorta, più parsimoniosa e onesta?
La paura è che alle prossime elezioni nulla cambierà e la parentesi del governo tecnico sia stata una pillola amara e indigesta, quanto inefficace. 

Luisa Ferrara

martedì 3 aprile 2012

La riforma del lavoro attraverso un Tweet.


Da Il caffè del 30 Marzo 2012 
Foto da www.lademocrazia.it 

Negli ultimi mesi il dibattito politico sembra in parte essersi spostato sui social network. Anche i nostri amati dinosauri, oltre che giovani sindaci come Luigi De Magistris, sembrano aver scoperto il potere dei Tweet, dopo quello di Facebook. Vendola era ad esempio stato precursore in questo, anche grazie all’operato locale delle “Fabbriche di Niki”, e poi Bersani e il suo PD. Berlusconi, ovviamente, tra quelli di destra, è stato uno dei più presenti online, grazie all’esercito dei fan “Menomale che Silvio c’è”. E man mano si sono aggiunti in tanti, ministri, deputati, senatori, di tutte le parti politiche. Quindi se prima occupavano televisioni e giornali, ora ce li si ritrova anche lì, croce e delizia della democraticità del web.
La “riforma del lavoro” proposta dal governo Monti è in questi giorni lungamente dibattuta, ovunque e da chiunque. I sindacati hanno annunciato gli scioperi, mentre Pd e Pdl cercano, in modo differente, di accordarsi in qualche modo con Monti sulla riforma. Monti si dice convinto che passerà in Parlamento, titolano tutti i giornali, ma i dubbi restano, soprattutto Bersani non sembra essersi totalmente convinto.
Da Twitter, lo staff di PD Network propone "un tavolo sul #lavoro. Nelle prossime settimane non servono proposte estemporanee" - dichiara, linkando la sintesi della relazione di Bersani. Vendola invece si esprime in modo estremamente contrariato sulle modifiche all’articolo 18: “Non è una riforma, ma una controriforma. Nessuna fiducia nel fatto che questo Parlamento riesca a migliorare il testo”. Ancora Bersani, dal suo profilo personale, fa una considerazione propria: “dopo la riforma del mercato del #lavoro ci si impegni a dare un po' di lavoro”.
La CGIL Nazionale dal canto suo, fa notare alcune incongruenze: “Le imprese italiane già oggi possono licenziare per verificati motivi economici. Professor #Monti non è vero che gli è impedito farlo.” E aggiunge con altri Tweet: “Non si può fingere di non sapere che l' #Art18 scatta solo se i licenziamenti si dimostrano non giustificati al vaglio di un giudice. Con la riforma #lavoro si vuole che imprese possano licenziare chiunque, anche senza motivi economici, e che nessun giudice possa impedirlo.”
Come si può notare, è pur vero che un Tweet è fatto solo da 140 caratteri, ma aggiornando spesso è facile comunicare, anche in maniera sintetica, un pensiero su questioni importanti, rimandando ad articoli in collegamento, per chi voglia eventualmente approfondire.
Manca Berlusconi su Twitter. C’è pero il profilo del GovBerlusconi, “Il governo del fare” che ha 3.204 followers ed è fermo a dicembre. Profilo aggiornatissimo invece quello di Pier Ferdinando Casini, che il 27 marzo esclama “Twitter e' uno strumento democratico e aperto a tutti, anche ai politici! Così va il mondo!”. Peccato non trovare riferimenti concreti o prese di posizione rispetto all’attuale tavolo sulla riforma del lavoro, ma solo qualche considerazione in difesa dell’operato di Monti e degli imprenditori: “Questo Governo in pochi mesi ha fatto tanto. L'emergenza non è finita, irresponsabile affossarlo. Noi sminatori per farlo andare avanti.” Oppure: “Gli #imprenditori non sono cannibali che vogliono disfarsi dei lavoratori! Un imprenditore serio vuole crescere e assumere non licenziare!”.
Ma non finisce qui, sembrano esserci davvero tutti. Anche Angelino Alfano è approdato su Twitter, e il 29 marzo esclama “oggi raggiunto un primo importante risultato. Il PDL difende il lavoro ed i lavoratori!” citando il profilo del Popolo della Libertà, dove si leggono interventi di altri twittofili, come Renato Brunetta, Maurizio Lupi, Franco Frattini eccetera eccetera.
Si danno da fare i nostri politici, hanno capito che ogni mezzo va sfruttato fino all’osso per proporre il loro pensiero, stare al centro dell’attenzione, colpire con qualche proclamo e provare a procacciare voti nel mondo “più giovane”. 

Luisa Ferrara

lunedì 5 marzo 2012

No Tav e Valsusa.



Venerdì è uscito il mio ultimo articolo su Il caffè, settimanale indipendente casertano, in cui ho affrontato il problema dei No Tav e della questione Val di Susa, analizzando le proteste e i diversi punti di vista, anche attraverso il mondo del web. 
Il mondo del web è variopinto, infinito, esteso, non sintetizzabile, non è possibile dividerlo facilmente in categorie. E a mio avviso è scorretto e fuorviante usare denominazioni come "Il popolo di Facebook" o "Il popolo di Twitter". Per questa ragione, mi limito sempre a riportare degli esempi di dichiarazioni e pensieri che possano portare in sé il senso comune dei molti che scrivono e si esprimono, senza la pretesa di estendere a tutti quelle affermazioni. Mi concentro su frasi che provochino o che pongano domande importanti.

Detto questo, vi copio qui il mio articolo.

Buona settimana!


La Val di Susa è una valle alpina situata ad ovest di Torino nella parte occidentale della regione Piemonte.  Nel 1989, la Francia invita l’Italia ad unirsi alla sua rete di Tgv, il servizio ferroviario ad alta velocità e nel 1990 nasce il Comitato Promotore per l’Alta Velocità Torino-Lione. La Valle, già attraversata da una ferrovia, da un’autostrada e un elettrodotto, comincia a protestare. Dopo 12 anni non si è ancora fermata. La “Val di Susa” entra nell’immaginario collettivo come l’emblema della difesa della natura contro il un “progresso” pericoloso e considerato inadatto a quel territorio. La Val di Susa è il luogo, ma anche l’insieme degli abitanti, dei contadini e delle coscienze che popolano quelle terre. Ma il movimento No Tav come oggi lo conosciamo, nasce pian piano. Dapprima erano stati professori, tecnici, medici e tanti professionisti, oltre agli amministratori locali, ad aver mosso molte perplessità sul progetto, e a organizzarsi, ad esempio, nell’Associazione Habitat. Grandi manifestazioni e vari tentativi di farsi ascoltare in modo pacifico, non bloccano il progetto. Cominciano i primi sabotaggi e presidi permanenti: lo scopo è bloccare i lavori dopo la sigla dell’accordo nel 2001, ed evitare che la polizia sequestri le terre dei contadini, destinate, contro il loro volere, ad ospitare la Torino-Lione. Ogni giorno è lotta e scontro, talvolta guerriglia. Polizia e No Tav infuocano la Valle, incarnando lo scontro tra diritto dei cittadini e supremazia dello Stato.
Sulla Valsusa si divide anche l’Italia, come sempre accade per ogni questione importante. C’è chi è vicino alle sofferenze di quella gente, alle loro paure e alla loro richieste, anche se è a kilometri di distanza. C’è che crede che siano invece criminali facinorosi, e che si stiano opponendo a un progetto altamente tecnologico e fondamentale. Ci si divide senza ascoltare le ragioni, talvolta senza conoscere i fatti. E’ un po’ lo Sport nazionale, quello di avere un opinione su tutto pensando di avere sempre ragione. Ma aldilà di questo, è interessante notare come quel che accade a Torino ha coinvolto molti in Italia. L’incidente per cui ora è in fin di vita uno dei manifestanti, Luca Abbà ha scioccato tutti. L’uomo si è arrampicato su un traliccio dell’alta tensione ed è rimasto folgorato, facendo un volo di 15 metri. C’era un cantiere aperto, ed egli era riuscito ad entrare in quel terreno che era in parte ancora suo. Decine di manifestazioni  e presidi dal giorno successivo si sono costituiti in tutto il Paese in solidarietà di Luca Abbà, che ora è in gravissime condizioni.
Il Giornale, come spesso accade, col suo cinismo di cattivo gusto, ha titolato: “Altro che eroe  - Solo un cretinetti”, scatenando polemiche e proteste.

Luca Abbà (La Presse)

No Tav minacciano di bloccare strade e autostrade, e dai rappresentanti del Governo arrivano le solite risposte: “Isolare spinte estremiste” ha detto la Cancellieri. Intanto dalla pagina No Tav su Facebook consigliano di cercare i video su You Reporter, laddove su You Tube vengano censurati, e cercano conforto in “Canzone di Maggio” di De Andrè. C’è anche l’evento “Siamo tutti NO TAV! Mobilitazione a Napoli”, grazie al quale il 27 febbraio, tra le vie centrali di Napoli, si riuniscono in solidarietà a Luca Abbà circa 200 persone, tra studenti e attivisti del Comitato contro la discarica di Chiaiano, del Laboratorio Insurgencia, e altri ancora.  Anche il Sindaco De Magistris ha mostrato la sua solidarietà, giudicando l’opera che si vuole costruire in Valsusa, “inutile, costosa e dannosa”. Dalla pagina “Restiamo Umani” postano un elenco dei presidi previsti in tutta Italia con rispettivi indirizzi e orari, e ci sono più di 50 città.
Da Twitter parte una sorta di telecronaca degli eventi, basta digitare #notav nella ricerca per saper cosa ne pensano Beppe Grillo, Sandro Ruotolo, Alessandro Sallusti e tante persone comuni. Sabina Guzzanti chiede di ascoltare la voce del leader dei #notav in fin di vita (Luca).  Selvaggia dà spazio all’amara ironia scrivendo: “I progressi di questo paese: dal No Cav al No Tav. Dall'olgettina a pecora al Carabiniere pecorella”, riferendosi alla storia del manifestante che ha dato della pecora ad un Carabiniere, arrestato e poi rilasciato. Nel frattempo gira un video shock di You Reporter in cui si vede la polizia sfondare la vetrina di un bar in cerca di manifestanti. Su You Tube è possibile trovare diverse assemblee del movimento, piene di signore coi capelli bianchi assieme a signori calvi e giovanotti che non sembrano poi così violenti, in cui si spiegano le ragioni No Tav. In una si chiede ai poliziotti di schierarsi con la popolazione, rifiutandosi di manganellare o caricare. Fa quasi tenerezza.  
Luisa Ferrara


martedì 28 febbraio 2012

La bomba Omsa.

Da Il Caffè di Venerdì 24 Febbraio



Il mondo dell’informazione è strettamente legato alla pubblicità: quest’ultima ne rappresenta la linfa vitale, poiché lo rende indipendente da ingerenze politiche, o almeno dovrebbe. Non solo carta stampata, televisione e radio, anche il mondo del web si serve dell’adversiting. Siti web e blog sono pieni di annunci, di box che spuntano dinanzi alla nostra vista, spesso disturbando la lettura. Tra i social network Facebook e Youtube sono forse quelli che utilizzano di più gli annunci pubblicitari, anche in ragione dell’alto numero di persone che frequenta le loro pagine. Sono nate forme di marketing specializzato per il web e addirittura per i social network.
Ogni azienda che si rispetti ha una pagina Facebook per i propri clienti che cliccando sul tasto mi piace diventano automaticamente “fan”. Generalmente ci è data la possibilità di commentare o manifestare il nostro apprezzamento alle linee di prodotti presentate attraverso foto o claim di vario tipo. Provate a farvi un giro, e noterete come, dov’è possibile commentare, siano tanti anche i commenti negativi, sinonimo di una certa “democraticità” nel modo di interagire e comunicare tra l’azienda e i suoi fan/clienti o verso il potenziale target.
Tutto questo preambolo mi serve per raccontarvi un recente episodio che sto seguendo con attenzione. Avrete certamente sentito parlare della questione delle operaie Omsa dello stabilimento di Faenza licenziate che sono state licenziate per spostare la produzione in Serbia, dove i costi sono più bassi. Tantissime persone hanno avviato una campagna di boicottaggio che ha travolto il web in pochi giorni. L’indignazione è tanta, soprattutto in periodo di crisi, e tantissime donne e uomini hanno dichiarato che non compreranno più calze Omsa.
La pagina Facebook della Omsa è devastata quotidianamente e continuamente da commenti critici e negativi rispetto alla scelta aziendale di licenziare, così come la pagina della Golden Lady, proprietaria della linea Omsa. Sono ragazze e donne, affezionate alle varie marche (anche Sisi e Philipphe Matignon), deluse da una politica aziendale che penalizza l’Italia già tanto tartassata e decide di portare la produzione all’estero, ma anche tanti uomini che solidarizzano con la situazione delle operae e si aggregano al boicottaggio.  
Si legge ovunque “MAI PIU’ OMSA!”, Nicoletta si chiede: “Sicuramente guadagnerete di più risparmiando sullo stipendio delle lavoratrici serbe, ma a chi venderete le vostre calze? Ai serbi? A noi italiane no di sicuro”. Ivan mostra solidarietà alle dipendenti Omsa (più di 230) licenziate, e Davide ironizza: “Belle calze, in Serbia avranno un successone immagino!”. Qualcuno cerca anche di distogliere gli altri dal boicottaggio dei prodotti: “Basta con questo boicottaggio, rovinerete le persone attualmente assunte. Pensate anche alle 5000 persone che lavorano per il gruppo”.  C’è anche chi, come Giuseppina, avanza delle proposte: “ Non comprerò più Golden Lady, Omsa, SISI, Hue, Philippe Matignon, Saltallegro e Serenella. Come cittadina chiedo al governo di prevedere la confisca di beni alle società che de-localizzano, pari all'ammontare della cassa integrazione erogata alle maestranze italiane degli stabilimenti chiusi o ridimensionati”.
E’ nato anche un gruppo che si intitola: “A PIEDI NUDI! IO NON COMPRO OMSA E GOLDEN LADY FINCHE’ NON RIASSUMONO” contro la scelta del proprietario del colosso, il mantovano Nerino Grassi, di chiudere lo stabilimento in Emilia in cui lavorano, secondo le informazioni presenti nel gruppo 320 operaie e 30 operai.
Il recente servizio andato in onda nel programma giornalistico “Piazza Pulita” ha raccontato tutta la vicenda, portando ancora di più l’attenzione sull’avvenimento e sottolineando come tra l’altro, le donne serbe vengano sottopagate rispetto alle italiane, e abbiano molti meno diritti. L’ingiustizia è forte, sotto ogni fronte, ma il problema non riguarda solo quest’azienda. La delocalizzazione di aziende italiane sembra una prassi, l’ha fatto già la Fiat in passato. La recessione economica conseguente la crisi sta “deindustrializzando” il nostro Paese, e sono tanti i lavoratori mandati a casa, vecchi o giovani che siano.
Il dubbio che legittimamente viene, è se qualche imprenditore non si stia approfittando della crisi per scaricare i costi sullo Stato, attraverso la cassa integrazione dei suoi dipendenti, andando a fare profitti sicuri altrove. Se è così è davvero allucinante il disamore di questa gente per il proprio Paese, ed è ancora più grave se si pensa che le aziende che vivono queste situazioni sono tante, troppe.
La forza della pubblicità si ferma dinanzi alla dignità umana. Sotto un bellissimo servizio fotografico con fantastiche modelle, con addosso collant sexy e preziosa lingerie, qualcuno scrive: “A occhio e croce mi sembra che investiate un bel po' in marketing … e allora perché licenziate e delocalizzate al'estero? Perché i soldi non vi bastano mai e non ve ne frega niente se per arricchirvi ancora di più dovete passare sopra la vita di persone che per decenni hanno lavorato nelle vostre fabbriche!”.
Come risponde la Omsa? Proponendo l’ “Operazione trasparenza”, aprendo un forum, stesso su Facebook, definito “Spazio di conversazione sulla vicenda Omsa”. E’ allegata una lunga intervista al proprietario dell’azienda, in cui egli si difende e cerca di spiegare le ragioni che hanno portato a questa dolorosa ma invevitabile scelta. Per leggerlo potete collegarvi qui https://www.facebook.com/OMSAcalze e cliccare su Omsa - Forum. Intanto scende un velo di tristezza, comunque sia.

Luisa Ferrara


giovedì 16 febbraio 2012

L'economia reale.


E' inquietante come gli esponenti politici italiani, e non parlo del governo tecnico, non affrontino mai le vere cause di questa crisi. Sembra, in generale, che non sappiano che pesci prendere, si lamentano delle "riforme" Monti e non toccano mai la questione di fondo. Quali sono le cause di questa crisi economica internazionale? Di chi è la responsabilità? Delle banche? Delle borse? Della finanza "malata"? Come evitare che questo si ripeta? Come evitare che l'Italia faccia la fine della Grecia andando incontro ad una recessione economica senza ritorno? Alle volte vorrei che qualcuno mi parlasse di questo. Vendola, Di Pietro, Bersani, Casini, Fini eccetera. 
Chissà quali sono i presupposti per andare alle elezioni politiche, quali sono le idee e le proposte. Avranno delle proposte? Io vedo molta poca competenza, qualche volta vedo qualche buona intenzione, ma poca reale capacità. E il fatto stesso che non ci siano stati concreti tagli agli stipendi politici è altro sintomo di immensa distanza dal popolo italiano. 
Sono molto preoccupata... il fatto che sia finita (male) l'era Berlusconi non mi rende più serena, se dopo il disastro c'è il vuoto, forse in fondo è meglio Monti, nonostante io non condivida tutto quello che sta facendo. Sono certamente favorevole alla lotta all'evasione fiscale, al fatto che (forse) anche la Chiesa pagherà l'Ici, ai tagli per la spesa militare, alla trasparenza sui redditi dei Parlamentari, ma mi piacerebbe sentir parlare di una seria politica di crescita economica. Dopo la riforma sulle pensioni (un'ecatombe per un Paese in cui il welfare scarseggia), ora si parla di toccare l'Articolo 18, come se dare la possibilità di licenziare senza giusta causa, fosse la panacea di tutti i mali. Togliere diritti a qualcuno, non vuol dire poterli concedere poi a più persone, è un ragionamento che non sta in piedi, ahinoi! Bisognerebbe aprire un bel dossier e provare a capire quali sono le motivazioni per cui l'economia reale, quella delle imprese, non va. Perché le aziende chiudono, perché non aprono, perché portano le produzioni all'estero, perché assumono poco o male, senza garanzie. Perché non c'è un sano e proficuo contatto tra il mondo dell'università e quello dell'imprenditoria, perché c'è questo immobilismo decennale e assassino. 

Luisa Ferrara