Da Il Caffè di Venerdì 24 Febbraio

Il mondo dell’informazione è strettamente legato alla pubblicità: quest’ultima ne rappresenta
la linfa vitale, poiché lo rende indipendente da ingerenze politiche, o almeno
dovrebbe. Non solo carta stampata, televisione e radio, anche il mondo del web
si serve dell’adversiting. Siti web e
blog sono pieni di annunci, di box che spuntano dinanzi alla nostra vista,
spesso disturbando la lettura. Tra i social network Facebook e Youtube sono
forse quelli che utilizzano di più gli annunci pubblicitari, anche in ragione
dell’alto numero di persone che frequenta le loro pagine. Sono nate forme di marketing specializzato per il web e addirittura per i social
network.
Ogni azienda che si rispetti ha una pagina Facebook per i propri clienti che cliccando sul tasto mi
piace diventano automaticamente “fan”.
Generalmente ci è data la possibilità di commentare o manifestare il nostro
apprezzamento alle linee di prodotti presentate attraverso foto o claim di vario tipo. Provate a farvi un
giro, e noterete come, dov’è possibile commentare, siano tanti anche i commenti
negativi, sinonimo di una certa “democraticità” nel modo di interagire e comunicare
tra l’azienda e i suoi fan/clienti o verso il potenziale target.
Tutto questo preambolo mi serve per raccontarvi un
recente episodio che sto seguendo con attenzione. Avrete certamente sentito
parlare della questione delle operaie Omsa
dello stabilimento di Faenza licenziate che sono state licenziate per spostare
la produzione in Serbia, dove i costi sono più bassi. Tantissime persone hanno
avviato una campagna di boicottaggio
che ha travolto il web in pochi giorni. L’indignazione è tanta, soprattutto in
periodo di crisi, e tantissime donne e uomini hanno dichiarato che non
compreranno più calze Omsa.
La pagina Facebook della Omsa è devastata quotidianamente
e continuamente da commenti critici e negativi rispetto alla scelta aziendale
di licenziare, così come la pagina della Golden
Lady, proprietaria della linea Omsa. Sono ragazze e donne, affezionate alle
varie marche (anche Sisi e Philipphe Matignon), deluse da una politica
aziendale che penalizza l’Italia già tanto tartassata e decide di portare la
produzione all’estero, ma anche tanti uomini che solidarizzano con la
situazione delle operae e si aggregano al boicottaggio.
Si legge ovunque “MAI
PIU’ OMSA!”, Nicoletta si chiede: “Sicuramente guadagnerete di più
risparmiando sullo stipendio delle lavoratrici serbe, ma a chi venderete le
vostre calze? Ai serbi? A noi italiane no di sicuro”. Ivan mostra solidarietà
alle dipendenti Omsa (più di 230) licenziate, e Davide ironizza: “Belle calze,
in Serbia avranno un successone immagino!”. Qualcuno cerca anche di distogliere
gli altri dal boicottaggio dei prodotti: “Basta con questo boicottaggio,
rovinerete le persone attualmente assunte. Pensate anche alle 5000 persone che
lavorano per il gruppo”. C’è anche chi,
come Giuseppina, avanza delle proposte: “ Non comprerò più Golden Lady, Omsa,
SISI, Hue, Philippe Matignon, Saltallegro e Serenella. Come cittadina chiedo al
governo di prevedere la confisca di beni alle società che de-localizzano, pari
all'ammontare della cassa integrazione erogata alle maestranze italiane degli
stabilimenti chiusi o ridimensionati”.
E’ nato anche un gruppo che si intitola: “A PIEDI NUDI!
IO NON COMPRO OMSA E GOLDEN LADY FINCHE’ NON RIASSUMONO” contro la scelta del
proprietario del colosso, il mantovano Nerino Grassi, di chiudere lo
stabilimento in Emilia in cui lavorano, secondo le informazioni presenti nel
gruppo 320 operaie e 30 operai.
Il recente servizio andato in onda nel programma
giornalistico “Piazza Pulita” ha raccontato tutta la vicenda, portando ancora
di più l’attenzione sull’avvenimento e sottolineando come tra l’altro, le donne
serbe vengano sottopagate rispetto alle italiane, e abbiano molti meno diritti.
L’ingiustizia è forte, sotto ogni
fronte, ma il problema non riguarda solo quest’azienda. La delocalizzazione di
aziende italiane sembra una prassi, l’ha fatto già la Fiat in passato. La recessione economica conseguente la
crisi sta “deindustrializzando” il nostro Paese, e sono tanti i lavoratori
mandati a casa, vecchi o giovani che siano.
Il dubbio che legittimamente viene, è se qualche
imprenditore non si stia approfittando della crisi per scaricare i costi sullo
Stato, attraverso la cassa integrazione dei suoi dipendenti, andando a fare
profitti sicuri altrove. Se è così è davvero allucinante il disamore di questa
gente per il proprio Paese, ed è ancora più grave se si pensa che le aziende
che vivono queste situazioni sono tante, troppe.
La forza della pubblicità si ferma dinanzi alla dignità umana. Sotto un bellissimo
servizio fotografico con fantastiche modelle, con addosso collant sexy e
preziosa lingerie, qualcuno scrive: “A occhio e croce mi sembra che investiate
un bel po' in marketing … e allora perché licenziate e delocalizzate al'estero?
Perché i soldi non vi bastano mai e non ve ne frega niente se per arricchirvi
ancora di più dovete passare sopra la vita di persone che per decenni hanno
lavorato nelle vostre fabbriche!”.
Come risponde la Omsa? Proponendo l’ “Operazione
trasparenza”, aprendo un forum, stesso su Facebook, definito “Spazio di
conversazione sulla vicenda Omsa”. E’ allegata una lunga intervista al proprietario
dell’azienda, in cui egli si difende e cerca di spiegare le ragioni che hanno
portato a questa dolorosa ma invevitabile
scelta. Per leggerlo potete collegarvi qui https://www.facebook.com/OMSAcalze
e cliccare su Omsa - Forum. Intanto
scende un velo di tristezza, comunque sia.
Luisa Ferrara