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martedì 9 luglio 2013

Cubeddu, le femministe e la violenza sulle donne.

esemplare umano di sesso femminile
con addosso stoffa per coprire le parti intime 


Non è facile oggi fare battaglie femministe in difesa delle donne senza rischiare, talvolta, di rasentare un estremismo illogico e di parte. Preferisco quindi parlare di battaglie per le donne, per tenere lontano da me ciò che considero estremo e dannoso ai fini di un obiettivo. Nella lotta di genere ci sono cose che condivido e cose che sento distanti, e non è la prima volta rispetto a una teoria o a un'ideologia, che provo questa sensazione.

Avere degli assunti certi può aiutare a semplificare la realtà e a trarre facilmente conclusioni, ma non aiuta la riflessione, il confronto e la comprensione delle problematiche che attanagliano società complesse come le nostre. Questo è il motivo per cui, in generale, non prendo parte a collettivi, partiti politici, associazioni politico-culturali et similia, ma sembra sempre che osservi da fuori, cercando di farmi un'idea sulle cose che sia mia. Non riesco, ahimè, a star stretta in un "pensiero unico" pure quando questo si definisce alternativo e agli antipodi del mainstream, ovvero divergente rispetto al cosiddetto pensiero dominante.

Tornando al discorso "femminista" sono consapevole di come questo movimento abbia portato avanti battaglie fondamentali e vitali per le donne e come continui a farlo, oggi più di prima, attraverso una rete internazionale e all'utilizzo di nuovi media come i social network. Le battaglie tramite hashtag e tag attirano sempre più spesso l'attenzione anche di altri media e in breve tempo alcune tematiche diventano notizie di primo piano. Come il caso della giovane Amina, o del gruppo Femen. Ancora più lampante è il caso della diffusione del termine femminicidio per indicare l'omicidio di genere e ultimamente la protesta contro un articolo discutibile di Marco Cubeddu pubblicato dal Secolo XIX. Ho detto già la mia sul femminicidio in un articolo pubblicato su Agoravox, e ho aspettato l'evoluzione del caso per parlare del "provocatorio" articolo di Cubeddu, cui sono seguite reazioni di vario genere, per farmi un'idea sulla questione che non fosse dettata dall'impulsività.

Sono arrivata alla conclusione che Cubeddu sia stato semplicemente molto superficiale semplificando all'osso un problema storico e problematico come quello della violenza sessuale sulle donne e in particolare sulle giovani donne. Lui fa riferimento al vestiario succinto di ragazzine di 11-12 anni in piena estate, sollevando ovviamente una grossa polemica. Si parla di ragazzine delle scuole medie che giocano a gavettoni in strada, noncuranti molto probabilmente, di poter attirare sguardi indiscreti, e talvolta pericolosi, solo perché indossano comodi e corti pantaloncini (visto il caldo!). La domanda è proprio questa: tutte le ragazzine di 11-12 sono consapevoli, e fino a che punto, della  propria sessualità? Il loro intento è davvero provocatorio? Le mamme e i papà sono responsabili del loro vestiario che potrebbe apparire "non consono"? E fino a che punto è possibile limitare una ragazzina mettendola in guardia rispetto al pericolo di attirare malintenzionati scoprendosi per il caldo? Domande, domande, domande. Quelle che dovrebbe porsi Cubeddu, e come lui, tanti altri professionisti dell'informazione, dell'educazione, della psicologia.

Ho cercato di farmi altre domande, per provare ad andare, almeno un po', alla radice del problema. Come crescono le ragazzine di oggi? Quali sono gli esempi che seguono? Quanto in fretta crescono e in che modalità si approcciano al proprio corpo e alla propria sessualità? Che ruolo hanno le famiglie e la scuola, i media e la comunità? Che rapporto hanno con l'altro sesso?

Sono donna, ho quasi 28 anni e sono stata una ragazzina anche io. Il problema più grande che vedo, onestamente, non sono gli shorts (che anche io indossavo in piena estate girando in bici nel mio quartiere o giocando con la palla nella stradina sotto casa, come tutte le ragazzine della mia età). Il problema credo sia che molte delle ragazzine di oggi tendano a vestirsi da ragazze più grandi senza averne la maturità mentale. E' inquietante vedere ragazze di 14-15 anni vestite in modo più provocante e sexy di donne di 26-27 anni. E' preoccupante vedere loro bruciare le tappe, perdendo pezzi d'infanzia e di pre-adolescenza fondamentali per la crescita. Questo è un problema culturale, di educazione, che deve portarci a fare domande più ampie, sui valori e gli esempi che i giovani d'oggi hanno e percepiscono soprattutto attraverso i media che tanto li influenzano e li formano. E sul ruolo della famiglia, sempre più complesso e difficile, in bilico tra permissività e modello autoritario.

Ma mai, mai si deve pensare, che siano gli atteggiamenti femminili a provocare la violenza, che è sempre ingiustificata. Lo stupro è sempre esistito, in ogni epoca storica, religione e società, a prescindere dai costumi e dagli usi delle donne. I casi di cronaca, così come studi e sondaggi, non hanno mai evidenziato collegamenti tra lo stile di vita delle donne o i loro modo di abbigliarsi e le violenze subite. Chi stupra lo fa per ragioni che vanno al di là del puro istinto sessuale animale incontrollabile, ma perché malato, disturbato.
Ciò non toglie che le donne, con intelligenza e amor proprio, debbano sapersi difendere a monte, senza però vivere con la paura o limitando la propria libertà. Ma chi difende le donne? In realtà nessuno, non siamo davvero mai libere, e non lo saremo fino a quando le nostre città non saranno sicure, le strade abbastanza illuminate e le stazioni delle metro abbastanza vigilate, anche di notte.

E' troppo facile giudicare le donne e il loro stile di vita con un tristissimo "se lo è andata a cercare", è molto più difficile, anche per quelle società che si dicono evolute e progressiste, far sì davvero che le donne vivano in un mondo che non le faccia sentire in pericolo o in difetto. Queste sono le battaglie che vorrei che le mie amiche femministe o pseudo tali abbracciassero, oltre a fossilizzarsi sui problemi di "genere" e di "ruolo", pur altrettanto importanti e fondamentali.

Gli shorts non stuprano, e nemmeno le minigonne, e nemmeno la nostra sensualità dirompente, nemmeno la nostra femminilità. Nemmeno la nostra socievolezza e voglia di libertà, nemmeno sentirsi spiriti liberi e voler vivere una vita diversa da quello che il resto del mondo si aspetta. Stuprano l'indifferenza, la noncuranza, l'arretratezza mentale e sociale. Fatevene una ragione.

Trovi questo articolo anche su Agoravox Italia.

Luisa Ferrara



mercoledì 5 giugno 2013

Ricordando Don Peppe Diana

Da Il caffè del 1 giugno 2013.


Giovedì 23 maggio, preso l’Istituto Comprensivo ‘Giacomo Stroffolini’ di Casapulla, si è tenuto l’evento di premiazione del Concorso “Don Peppe Diana, un Prete, un uomo che amava la sua Terra” dedicato ai bambini delle quinte classi della scuola primaria e delle terze classi della scuola secondaria di primo grado. L’evento e il concorso sono stati ideati e organizzati dall’Associazione Politico Culturale Giancarlo Siani Casapulla, con il Patrocinio gratuito de Il Mattino.
I bambini hanno avuto la possibilità assieme ai docenti di partecipare a tre incontri dibattito sulla figura di Don Peppe Diana, il prete ucciso dalla camorra nella sua Chiesa a Casal di Principe, il 19 marzo del 1994, giorno del suo onomastico, perché si era apertamente opposto alla camorra con il suo impegno quotidiano e il suo famoso scritto: “Per amore del mio popolo non tacerò”.
Un parroco, un capo scout e uno scrittore, ma soprattutto un uomo coraggioso, ucciso perché non si è rassegnato all’omertà e al silenzio, ma ha voluto reagire per difendere il suo popolo e si è schierato apertamente contro il sistema criminale, dando un grosso e indimenticabile esempio.Oggi nelle scuole e nelle piazze ogni anno lo si ricorda, e grazie a questi eventi la sua morte non è stata vana. Un ciclo di tre incontri ha interessato e coinvolto attivamente i docenti e i ragazzi dell’Istituto Stroffolini di Casapulla, che con disegni, favole, racconti, cartelloni, fumetti e poesie, hanno voluto raccontare con la dolcezza e la speranza che solo i bambini e i ragazzini hanno, la figura emblematica di questo Padre.
Il concorso si è proposto l’intento di premiare i lavori migliori con degli assegni che i ragazzi potranno spendere in cancelleria e libri per la scuola. All’evento hanno partecipato, oltre alla stessa associazione Giancarlo Siani Casapulla con il Presidente Giuseppe Piantieri, la cantautrice per la pace Agnese Ginocchio, il magistrato Raffaello Magi che ricordiamo per il processo Spartacus, il responsabile della redazione casertana de Il Mattino Aldo Balestra, Carlo De Michele e Alfredo Rossi dell’Associazione Carta ’48 e Valerio Taglione del “Comitato Don Peppe Diana”.

La data del 23 maggio non è casuale: ricorre l’anniversario dell’omicidio del giudice Giovanni Falcone e dei ragazzi della sua scorta, che il magistrato Magi ricorda con fervore e commozione: “Raccontare per non dimenticare, per non far vincere chi ha premuto quel pulsante”. Dello stesso avviso è Aldo Balestra de Il mattino il quale, parlando del giovane giornalista Giancarlo Siani ucciso dalla camorra a 26 anni per aver raccontato scomode verità, ricorda che “solo attraverso la scuola e l’informazione è possibile davvero cambiare”.
Il primo premio per gli alunni delle quinte della scuola primaria è andato a Chiara Trinchese della 5°D per i suoi emozionanti versi in napoletano. Il primo posto per le terze della scuola secondaria di primo grado è andato a Salvatore Cappa Spina della 3°A per la sua dura e commovente “Lettera a un camorrista”. Premiati  con 3° premio i ragazzi della 5°A  e 5°C per i disegni e i cartelloni, secondo premio alla 5°A per una favola. E ancora, terzo premio a due alunni della 3°A per un filmato e alla 3°C per un cartellone/racconto. Infine, altro secondo premio alla 3°E per un fumetto animato. La felicità l’entusiasmo negli occhi dei giovani alunni al ricevimento delle pergamene, testimonia che le idee e la fantasia sono terreno fertile per l’attecchire di valori sani e giusti.
Stupisce e rincuora che ragazzi così giovani siano in grado di esprimere con tanta forza ed emozione il dolore della morte, la violenza, tutto il male rappresentato da un sistema criminale cieco e distruttivo e, al contempo, siano stati capaci di capire e raccontare l’importanza e l’immortalità della figura di Don Diana, che dona speranza, desiderio di pace e amore per la propria Terra. Forse è anche merito dei docenti e della Dirigente dello Stroffolini, Maria Carmina Giuliano, che hanno saputo coinvolgere e indirizzare i ragazzi in questo percorso. Segno inequivocabile del fatto che la scuola pubblica, anche se spesso osteggiata e lasciata sola, non si ferma mai nel suo fondamentale impegno di formare cittadini e non solo studenti.
Luisa Ferrara



domenica 25 novembre 2012

25 novembre 2012




Io voglio parlare di un altro tipo di violenza, quella che le donne fanno alle altre donne.

La violenza psicologica di chi impone schemi in cui rientrare per essere “donna”, prescrive “buona maniere”, stili di vita, ruoli.
La violenza di chi ti dice cosa è giusto dire, fare, e come farlo. Di chi vuole che si rimanga uguali a se stesse, perché è più comodo così.

Una società in cui sono le donne a giudicare le donne, a renderle deboli e vulnerabili quando non rientrano nel concetto di “donna” che tutta la società si aspetta.

Donna madre, donna femmina, donna delicata, donna curata, donna impeccabile in tutti questi ruoli.

Si può andare aldilà dei concetti di matriarcato o patriarcato, di sessista, femminista e maschilista?

Mi piacerebbe che per un giorno si andasse oltre certi paradigmi mentali che aiutano poco a capire la realtà che evolve veloce sotto i nostri occhi.

Le donne che oggi vogliono essere diverse, minacciano la morale comune e sconvolgono modelli precostituiti, mettendo in crisi un intero sistema. 

Questo fa paura, fa paura a tutti. Non solo agli uomini.

Se l’uomo picchia e ammazza per riaffermare il suo potere, che lentamente si sta erodendo, lo fa per paura, una paura che lo porta a sopraffare l’altro. 

Bisogna andare a fondo, e capire dove nasce questa paura. Perché si ha paura di un modello di donna che forse è cambiato, e non lo si vuole accettare.

E questo devono cominciare a farlo le donne stesse, interrogandosi quotidianamente su cosa sono e cosa vogliono essere. 

Le stesse donne che finalmente devo sentirsi libere nel profondo di essere ciò che sono davvero, aldilà delle aspettative del mondo intero che hanno intorno. 

Libere secondo i propri valori e i propri credi, che devono essere frutto di scelte consapevoli e personali.

E’ difficile, forse non basta una vita, ma perché non provarci?

Io non ho paura solo delle botte, ho paura anche di tutti quei segni che restano dentro a vita, di tutto quello che questo mondo mi fa scontare ogni giorno, solo per il fatto che sono donna. 


martedì 20 novembre 2012

L'Italia dei soldati blu.

Da Il caffè del 16 novembre 2012.


Soltanto la settimana scorsa si  è parlato della Grecia e delle proteste contro le misure di austerity varate dalla troika. Ci si è chiesti quando anche in Italia arriverà il momento di protestare, uniti oltre che arrabbiati o disperati.
Sembra che il momento in parte sia arrivato, il 14 novembre è stato ribattezzato “giornata di proteste in tutta Europa”, l’Italia è stata invasa da cortei di studenti, operai, sindacati, precari della scuola e non solo.
Si sono verificati anche episodi di violenza, ma la maggioranza delle persone, come sempre, ha manifestato in maniera pacifica.
Si sono viste forse troppe manganellate da parte della Polizia, in tv ma soprattutto nei video e nelle foto amatoriali girate da parte dei manifestanti e finite immediatamente online. Botte da parte della Polizia spesso anche gratuite, come già nel nostro Paese è accaduto in passato. Scene di guerriglia urbana tra manifestanti che gettano pietre o tentano di forzare cordoni di sicurezza, e poliziotti che, protetti da tute e caschi, non sempre sono in grado di controllare la propria forza, o più semplicemente hanno ricevuto l’ordine “di agire”. Il come non è da sapere, come fu per il G8 di Genova nel 2001.
Facebook è tempestato di immagini e foto di teste spaccate e bocche sanguinanti provenienti da tutta Europa, tra cui persino quella di un ragazzino minorenne manganellato alla testa in Spagna, che ha fatto molto scalpore. Immagini da Roma, Torino, Bologna, Genova, Bari, Firenze, Napoli, Milano, Palermo e tante altre città, di piazze piene e cortei, ma anche video e foto di manganellate date a caso che fanno un po’ rabbrividire.
Colpisce molto la foto di un poliziotto che aggredisce con un manganello un giovane alle spalle mentre cammina, percuotendolo alla testa, e un’altra in cui un giovane è immobilizzato a terra da due poliziotti e un terzo lo colpisce in viso.
I feriti, però, non ci sono stati solo tra i manifestanti, ma anche tra le forze dell’ordine, tant’è che il Ministro Cancellieri ha espresso solidarietà alla Polizia, affermando: “Le foto facciamole vedere tutte”.
Ovviamente quest’esternazione ha suscitato un bel po’ di polemiche, soprattutto tra chi pensa che tutelare l’ordine e la sicurezza pubblica non corrisponda a picchiare indiscriminatamente.
Un commento lasciato da una utente sulla pagina Facebook di Agora Vox Italia, sintetizza al meglio la situazione: “Vorrei chiedere al Ministro se è legittimo mettere sullo stesso piano i comportamenti di un individuo, magari violento ribelle esagitato (ammettiamolo pure anche se non è certo), con quelli di un agente delle forze dell'ordine, della Polizia di Stato, in servizio! Ho grande rispetto per le istituzioni, da sempre, ma come cittadina esigo da esse un comportamento ineccepibile in conformità con le regole di un paese democratico.”
Se è bene far vedere tutte le foto, è anche bene che i poliziotti abbiano caschi numerati per essere identificati. Non è possibile agire in maniera così anonima, senza alcun limite nell’esercitare “controllo” attraverso armi pericolose come manganelli o lacrimogeni. Chissà cosa ne pensa il Ministro Cancellieri.
Luisa Ferrara

mercoledì 22 febbraio 2012

Se fa più notizia un morto ammazzato.



Da Il caffè di Venerdì 17 Febbraio 2012


Le vele di Scampia - Wikipedia


Queste due prime settimane di Febbraio sono state intense dal fronte delle news sulla camorra. Scorrendo online le notizie da vari portali, talvolta minori, o da blog di varia natura, sono tanti i titoli importanti e le iniziative.
Nei primi giorni del mese, in particolare, è arrivata la notizia di un presunto coprifuoco dettato dalla camorra a Scampia. La giovane onorevole campana del PD Pina Picierno, organizza su Twitter una proposta di ribellione a questa imposizione che chiama “Occupy Scampia”. In poco tempo si diffonde, portando nel quartiere periferico a Nord di Napoli un po’ di gente e molte telecamere. Nel frattempo Sinistra Ecologia e Libertà fa un comunicato stampa in cui dichiara: “Sel Campania contro ogni coprifuoco dettato dalla camorra”, e Caldoro, dal canto suo: “Non avevo notizie di questo genere così come non le avevano il prefetto o altri, ma non mi meraviglio”.
Intanto Occupy Scampia sembra essere stato un flop: il 3 febbraio fa troppo freddo e c’è poca gente a manifestare, forse anche per una motivazione più profonda, che non è la banale indifferenza. Un interessante reportage su Fanpage.it ci racconta la vita quotidiana delle Associazioni che a Scampia lavorano e lottano sul territorio ogni giorno, cercando di salvare i giovani, coinvolgendoli in attività, come la musica, il ballo, il teatro. E scoppia il tam tam mediatico di una certa informazione secondaria o controinformazione: non quella che parla dei morti ammazzati, ma che parla della risposta della cittadinanza alla camorra. Nasce e cresce in pochi giorni il dibattito su Scampia, su come viene percepita dalla “borghesia esterna al quartiere”. E si scopre che alla fine non c’era nessun coprifuoco e gli stessi ragazzini che frequentano la mediateca dicono ai giornalisti: “Coprifuoco a Scampia? Twitter? Non sapevamo nulla. Nessuno si può permettere di dirci cosa fare e non fare. Quando vogliamo uscire di casa e venire qui nessuno ce lo può impedire”, leggo da Lettera43.it. Probabilmente Occupy Scampia, seppur colmo di buone intenzioni, si rileva un evento unico e isolato fatto da chi non conosce Scampia e la gente che quotidianamente resiste e lotta in un territorio così malfamato.

Colpisce e fa riflettere, in questo contesto, la lettera del musicista napoletano Maurizio Capone a Roberto Saviano su Facebook. Capone parla di Camorra, della sua supposta “etica” e della musica che l’accompagna, ricalcando la questione dei neomelodici vicini ai clan. Capone disquisisce di diversi argomenti, in un confronto bello e aperto con Saviano, con la semplicità, la schiettezza, la padronanza di chi però sta in strada con i ragazzi di Scampia tutti i giorni. E alla fine conclude: “Siamo deboli Robè, siamo deboli...perché alla fine fa più notizia un morto ammazzato che un bambino nato”. Vi consiglio di vedere l’ultimo intervento di Saviano sul sito della Rai nel programma Che tempo che fa, e leggere il suo articolo su Repubblica.it in cui racconta il mondo neomelodico, e infine leggere integralmente la lettera di Capone su Facebook nelle Note del suo profilo.
Tutto ciò è servito a rilanciare l’attenzione su Scampia: la gente vuole un vero quartiere, non un quartiere-fantasma, le associazioni chiedono la presenza delle Istituzioni, la rivalutazione di un territorio abbandonato, l’abbattimento delle Vele. Questa gente vuole la libertà di vivere la propria vita come fanno tutti gli essere umani, perché come ha scritto Maurizio Capone: “Essere contro la camorra non vuol dire odiare le persone che la compongono, vuol dire amare la libertà”.

Nel frattempo, nello stesso arco di tempo, sono tante e diverse le notizie che arrivano da Terra di Lavoro e che hanno per oggetto la criminalità organizzata campana. Da Antimafiaduemila.com si legge di un sequestro milionario al clan Mallardo, da Interno18.it dell’arresto del Sindaco di Casapesenna Fortunato Zagaria per presunti legami con la camorra, da Casertanews.it di un sopralluogo fatto a Chiaiano sul vigneto confiscato alla Camorra, della giornata della memoria in ricordo di Federico Del Prete, sindacalista anticamorra, e dell’incontro del Procuratore Guarriello con i giovani studenti del Diaz di Caserta, per parlare di impresa legale in terra di Camorra.
Sfogliando varie pagine web, ci si accorge di un’informazione variegata e importante riguardo la Camorra, e ci si imbatte anche in frasi tipo: “Camorra, business rifiuti, aumentano diossina e tumori”. Ovunque, da quotidiani online, a blog, a siti vari, possiamo leggere di un dossier shock sulla situazione inquinamento esplosiva in Campania, secondo il rapporto della Commissione Nazionale Antimafia. E’ evidente che certe notizie sono trasversali, e sembra che in Italia gli unici a non preoccuparsi della propria salute siano proprio i camorristi. Che abbiano più vite? Che siano indistruttibili, o peggio ancora immortali?


Luisa Ferrara 

domenica 18 dicembre 2011

Italiani brava gente?


Da Il caffè del 16 Dicembre 2011 - Luisa Ferrara

Giornate di fuoco e di spari, l’assurdità si è impadronita dei TG. Tra manovre economiche, spread, Ballarò e i soliti salotti brunovespiani, notizie angoscianti hanno disturbato pranzi e cene dell’italiano medio. In meno di una settimana il nostro Paese è stato scosso da due episodi di razzismo davvero sconcertanti.

Agli italiani basta poco per cacciar fuori gli istinti animaleschi più repressi. La chiamano “esasperazione”, ma sarebbe opportuno definirla emotività immotivata. Quando si smette di ragionare sulle cose, in preda a paure infondate, in preda a un luogocomunismo becero e vigliacco, nascono i mostri della coscienza. La xenofobia e il razzismo non sono mai morti in Italia: siamo sospettosi, viviamo con la paura che qualcuno diverso da noi, ci rubi il pane sotto i denti. Banalmente, più grandi sono i problemi che attraversiamo, più rabbia repressa esprimiamo contro il diverso. Il diverso è colui che viene in Italia e ci porta in regalo la sua religione, la sua pelle, il suo odore, i suoi problemi, la sua miseria, le sue paure. Che sia rom, cinese, africano, indiano, ci va bene se fa i lavori più umili, se ci raccoglie i pomodori a 5 euro a giornata, se bada ai nostri nonni anziani, se si fa il culo nei cantieri. Dà fastidio però se apre un negozio, se concorre per un lavoro migliore. La verità è che noi vorremo fossero schiavi, l’accoglienza è solo una scusa. Ci piace l’idea che restino dei poveracci, e che debbano fare quello che noi non facciamo più, perché noi siamo “più civili”. Se stanno nel recinto, possono anche restare, se si prendono qualche diritto, allora “via da qui”. Non ci credo ai gesti folli, credo ad una cultura confusa, a una mentalità contorta, ad un’Italia vittima di 15 anni di razzismo legalizzato e portato al governo.
“Erano stranieri e puzzavano; uno dei due aveva una cicatrice sul viso. Io ero vergine. È stato terribile“. Queste le parole di una ragazza torinese che ha denunciato per stupro due ipotetici rom, allo scopo di nascondere un rapporto sessuale consenziente con il suo ragazzo. La sua bugia, poi scoperta, ha provocato un disastro: una fiaccolata di protesta è sfociata nella devastazione e nell’incendio di un campo rom alla periferia di Torino.
“Viva la satira” su Facebook ha sdrammatizzato così la non notizia: “Ragazza denuncia stupro, la folla incendia un campo rom: ma lei aveva smentito. Parte con uno scivolone la campagna di tesseramento della Lega per il 2012.” Cinicamente realista, non trovate?
Ben più grave e triste quello che è accaduto a Firenze: un cinquantenne vicino a Casa Pound, che è stato definito “un intellettuale introverso”, ha ucciso due ambulanti senegalesi e poi si è tolto la vita. Ieri al programma dell’Annunziata su Rai 3 Iannone di Casa Pound ha detto che loro lo conoscevano appena, che è soltanto un folle che ha commesso un efferato omicidio, e che è sbagliato definirlo “l’assassino di Casa Pound”. Ha detto anche che Casa Pound non è razzista, non è antisemita, non è di estrema destra. In realtà, approfondendo il movimento, salta agli come essi siano dei militanti neofascisti che in alcuni volantini sono anche definiti “anti-antifascisti”. Sulle pagine Facebook delle loro associazioni disseminate in tutte Italia, è facile leggere la parola “camerati” e inneggiamenti vari a quelle ideologie. Adesso ci si vuole nascondere dietro al volontariato, ad un presunto intellettualismo. In realtà questi giovani fanno proseliti nelle scuole romane intorno a tematiche fasciste e xenofobe, organizzano sit in portandosi dietro “30 mazze di legno di lunghezza variabile tra i 50 e 60 centimetri, 50 tranci di cavi elettrici rivestiti di plastica lunghi oltre un metro, 30 bastoni di plastica di un metro, numerose bottiglie di vetro vuote, settecento sampietrini (…)”, come racconta Giuly nella pagina Facebook “No Casa Pound a Napoli”. Queste persone sono contrarie a una società multietnica e plurale, così come lo sono la Lega Nord e la destra più estrema italiana. Non vogliono integrazione, vogliono cacciare il diverso, questo è il loro pensiero quotidiano. Non vogliono ragioni. E’ su questo retroterra che possono crescere e svilupparsi atteggiamenti razzisti e violenti. Si alimenta l’odio, il disprezzo generale e irrazionale per ciò che non si conosce realmente. 
E poi succede che in un scuola media casertana, ad una bimba in seconda media venga detto dalla professoressa: “Tu sei diversa, tu sei nera”, e ci si chiede come sia possibile. Con questi presupposti, tutto è possibile. Che colpa ha quella bimba dell’ignoranza degli adulti, della loro presunzione? Che colpa hanno i genitori di quella bambina? Pensavano di trovare in Italia “la civiltà” e hanno trovato odio e razzismo. Nella pagina Facebook “Ciò che vedo in città” Monica ricorda che per fortuna non tutti gli insegnanti sono così, ce ne sono tanti che lavorano dando il cuore ai loro ragazzi. Ci mancherebbe, ma ha fatto bene a ricordarlo. L’Italia non è tutta così: ci sono tanti italiani che sanno accogliere, aiutare, che amano il confronto, la conoscenza di popoli e culture diverse, che chiedono integrazione e fanno qualcosa per ottenerla, nel concreto, tutti i giorni. 

foto di Repubblica.it