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mercoledì 26 giugno 2013

Contenuti e social network.


















Nell'ultimo anno, oltre a essere diventata giornalista pubblicista (attualmente non praticante), mi sono occupata di contenuti per il web e di social media. La rubrica che ho tenuto fino ai primi mesi del 2013 per il Il caffè settimanale cartaceo casertano, mi è servita molto ad approfondire il mondo di Twitter, dove la sintesi è un dono e gli hashtag un mondo aperto verso l'infinito, a dispetto dei 140 caratteri.

Per il lavoro che faccio come social media editor free lance per agenzie di comunicazione, ho imparato a conoscere lo strumento Facebook nel suo lato più commerciale, da un verso, e democratico dall'altro. Produrre contenuti adeguati a specifici target per diversi clienti mette in moto un meccanismo molto dinamico di ricerca di stile, di conoscenza del web e delle tendenze che lo animano, anche in ambito visivo e non solo testuale. Chi fa testi per il social e per il web, infatti, non può prescindere dal visual, che ne è elemento fondamentale.

Dettagli a parte, un altro passo importante è stato scoprire il cosiddetto Social CRM, ovvero customer relationship management, più semplicemente gestione del servizio clienti tramite i social. Questo è forse il momento di maggiore vicinanza, di qui l'utilizzo sopra del termine "democratico", tra l'azienda e i suoi clienti. Il contato diretto apre ovviamente a ogni tipologia possibile di confronto e/o scontro, lamentele, critiche, complimenti, domande di ogni tipo, talvolta anche pretese improbabili.

Ci sono pagine con milioni di fan che gestiscono i propri clienti anche tramite Facebook, ma c'è ancora qualcuno che dice che il social non è il futuro del marketing. Qualche mese fa mi è capitato di chiacchierare con una signorina esperta di marketing molto decisa e determinata, la quale sosteneva, senza alcuna ombra di dubbio, che i social media godono un successo temporaneo, ma non sono il futuro. Chissà.

Forse non lo saranno, ma eviterei di fare pronostici rischiosi, soprattutto se si è ancora legati a un vecchio modo di fare comunicazione e si ha paura di perdere determinati "privilegi" o conoscenze sedimentate e non si è disposti ad aggiornarsi, continuamente, come è fondamentale fare tuttora per chi vuole lavorare nel mondo del web.

Al di là di come la si pensi personalmente, i social media sono chiaramente un realtà da tener presente, nel mondo dell'informazione come in quello pubblicitario, probabilmente in modo molto diverso, ma neanche troppo. Perché? Perché sono convinta che una buona comunicazione parta in ogni caso da una base comune: la trasparenza. L'utente odierno è attento, è ricettivo, è critico, non è più lo spettatore passivo della televisione. Cambiano gli strumenti, cambia il modo di usufruire di contenuti, e cambiano anche le persone e il loro modo di rapportarsi ai contenuti e ai mezzi.

Di questo bisogna tenere conto quando si danno notizie stupide o inutili, quando si trasforma un caso di femminicidio in gossip, quando si tenta di barare con i propri clienti sperando di farla franca.
Può sembra un accostamento azzardato, mi rendo conto, ma per chi approccia questi strumenti penso sia buona regola avere un codice deontologico come punto di partenza e proprio mantra quotidiano.

Li chiamo strumenti, perché credo che effettivamente i social network siano degli strumenti per ottenere uno scopo e non il nostro fine. Strumenti, contenitori, mezzi con cui fare contenuto, fare informazione, comunicare, condividere. Siamo sempre e solo noi a decidere in che modo utilizzarli e cosa farli diventare per noi, per i nostri lettori, per i nostri clienti. Questo è un grande vantaggio, una grande libertà, ma anche un grande pericolo. Ecco che, come in tutti i mestieri, l'improvvisazione è da temere, bisogna sempre diffidare degli esperti improvvisati. Di ogni mezzo vanno studiate le modalità, le opportunità e i limiti, in un processo che non ha mai fine, perché in particolare per i social network, stiamo parlando di strumenti in continua evoluzione che necessitano approfondimento, analisi, studio delle tendenze.

Luisa Ferrara



giovedì 31 gennaio 2013

Elezioni social.


Da Il caffè del 26 gennaio 2013


E’ da più di un anno che provo a raccontare come la discussione politica si sia ormai spostata anche online, e in particolare sui social network come Facebook o Twitter.
Finalmente anche la grande stampa, quella che conta, ha cominciato a capire l’importanza di questi mezzi, le potenzialità e anche i “pericoli”. Ad analizzare la comunicazione politica dei tweet di Twitter o dei post di Facebook, a studiare il seguito di un politico piuttosto che di un altro, a cercare di capire quant’è forte la ripercussione che ha una dichiarazione quando a seguire un determinato esponente o partito, può esserci potenzialmente una grossa fetta della Rete.
E fioccano anche analisi e statistiche. Che non mancano mai, in un’Italia così incerta.
Secondo i dati Nielsen, l’Italia è al primo posto nell’utilizzo di social media, anche più degli Stati Uniti. Gli italiani passano tanto tempo su blog e social network, all’incirca 1/3 di tutto il tempo trascorso online.


Un occasione ghiotta, fanno notare gli studi Nielsen, per le imprese e il marketing, e ovviamente, aggiungerei anche per la politica. Che in fondo non fa che vendere un “prodotto”, imbonendo il compratore che sia meglio di quello degli altri. Che sia un programma, un’ideale, un progetto, o una grande bugia.
Dopo anni in cui lo spirito critico degli italiani è stato messo a dura prova dal duopolio televisivo Rai-Mediaset, da un conflitto di interessi palese e mai affrontato seriamente, da un editoria stanca e conservatrice di se stessa, forse queste nuove modalità di comunicazione e partecipazione, possono sembrare un respiro di sollievo, una nuova opportunità di conoscere i fatti e poterli commentare.
Ma quanto realmente l’approccio dei nostri esponenti politici è innovativo e significativo? Quanto, invece, resta solo lo specchio del loro modo classico di comunicare agli italiani? Quanto, la loro presenza online è cassa di risonanza di combattimenti in arene televisive, trasformando la partecipazione degli utenti dei social media in mero commento dei peggior teatrini che si tengono nei salotti dei più seguiti talk show?
Non sono queste domande retoriche, perché le risposte possono essere varie e contrastanti. L’uso che se ne fa di questi mezzi dipende ancora una volta dal grado di consapevolezza che si vuole avere dei fatti, da quanto si è interessati a un’informazione sana e pulita, che non sia tifo politico.
La campagna elettorale che ci porterà alle elezioni del 24 e 25 Febbraio è ancora fatta di manifesti e comparse televisive, mentre la forma del comizio sta, in taluni casi, lasciano spazio a una piazza “virtuale”. Alcuni esempi contrastano con questa tendenza, come i palchi di Beppe Grillo o come Matteo Renzi che ha girato l’Italia in camper.
In ogni caso, secondo il sociologo Marcio Morcellini, Twitter in particolare, ha il merito di fornire delle parole chiave, ossia argomenti rilevanti, che poi il politico andrà a sviluppare in tv. Chi l’avrebbe mai detto che un “hastag” sarebbe diventato più importante di uno slogan su un manifesto, o un discorso preparato?
Ma la cosa più importante, che ad esempio offre un mezzo come Facebook, dove sicuramente c’è più spazio per esprimersi rispetto ai 140 caratteri di un tweet, è la possibilità di raccontare le proprie giornate, il proprio operato, ribadire le leggi per cui si è lottato o votato contro, rendere partecipe chi ci segue  delle proprie idee e progetti, senza passare per un’intervista giornalistica, un articolo di giornale, l’interpretazione di un “avversario”. Diretti all’interlocutore, senza filtri, se non quello dello Staff incaricato di aggiornare la propria pagina, e magari eliminare i commenti più scomodi.
Che vinca, dunque, lo Staff migliore.

Luisa Ferrara

mercoledì 26 dicembre 2012

La fine del mondo in un hastag.


Da Il caffè del 21 dicembre 2012


#DomaniNonPossoMorirePerchè (scritta proprio così, con l’accento su perché sbagliato), è una delle prime tendenze tra gli hastag Twitter, insieme a #finedelmondo.
Sembra che questa storia sulla fine del mondo abbia conquistato proprio tutti, scettici, increduli, dubbiosi, ma soprattutto ironici. Ce n’è da inventar di battute e tormentoni, data la straordinarietà della notizia. In generale, online, fioccano articoli, immagini, vignette, chi più ne ha ne metta. E’ come se ci fosse bisogno, in fondo, di esorcizzare i disastri cui ogni giorno si assiste impotenti.
Il TgCom (mediaset.it) racconta le scommesse che si stanno facendo su come finirà il mondo: peste, attacco nucleare, pioggia di meteoriti, Apocalisse degli Zombie. La domanda è: chi ritirerà la vincita se il mondo sarà finito?
Su Facebook c’è chi propone un happy hour della fine del mondo, per aspettarla con un aperitivo e con un countdown tutti insieme appassionatamente, e chi si chiede come i Maya avessero fatto a prevedere la fine del mondo e non la propria.
Senza considerare che in alcuni Paesi del mondo, per via del fuso orario, la fine del mondo dovrebbe essere anticipata di parecchie ore, perché il 21 cade prima che in Italia.
Solo superstizione? Deduzioni sbagliate? Sicuramente sì, anche perché sia la Nasa che il CNRS francese hanno già abbondantemente smentito più volte la notizia di un imminente asteroide, o addirittura dell’inversione dei poli e dello spostamento dell’asse terrestre, altra teoria spesso sbandierata, ma completamente infondata.
E perché allora tanta attenzione a questo argomento? Forse perché è diventato un fenomeno mediatico, se non addirittura “virale”.
C’è chi però guarda alla “fine del mondo” come alla fine di un’era, un periodo storico, in senso metaforico: la fine comporta un nuovo inizio, una rinascita. E se fosse davvero così? L’Occidente sembra stia perdendo il suo primato di superiorità rispetto al resto del mondo, altri Paesi crescono e si arricchiscono, l’Europa sta vivendo un periodo di profonda crisi economica.
Per alcuni studiosi questo non vuol dire per forza una retrocessione dell’Occidente, ma un cambiamento di rotta. Ad esempio, si potrebbe guardare alle potenzialità offerte dalle “città intelligenti” in cui grazie alle tecnologie il risparmio energetico è ottimizzato, le infrastrutture di trasporto sono gestite in maniera intelligente, i cittadini possono interagire meglio tra loro, anche a grandi distanze, grazie ad apparati cellulari. Meno acciaio e cemento, ma polis come entità vive, pulsanti.
In attesa di sapere cosa accadrà davvero, si comincia a fare un bilancio, quel bilancio che di solito tendiamo fare a fine anno.
Si spera che per il 2013 l’Italia riacquisti fiducia in se stessa, come Nazione, come Popolo, come Paese. E’ dura ma bisogna resistere. 

Luisa Ferrara

mercoledì 19 dicembre 2012

Tutti su Twitter, c'è Berlusconi.

Da Il caffè del 14 dicembre 2012.

Foto da daily.wired.it

Dimissioni di Monti e ridiscesa in campo di Berlusconi, si proprio così. Tutto insieme, in poche ore. Tanto che, non si capisce fino in fondo, quanto le due cose siano conseguenza l’una dell’altra.

Non ce lo aspettavamo, si può dire. Non così in fretta. I più avrebbero preferito la modifica della legge elettorale, la cosiddetta “Porcellum”, prima di andare al voto. Si vota invece a Febbraio, e mentre dal lato delle “sinistre” è chiaro grazie alle Primarie chi sarà il candidato, a destra c’è confusione, troppa incertezza.
Si era parlato di primarie del Pdl, ma Berlusconi ha tolto ogni dubbio, riproponendosi come leader, senza che nessuno dei suoi fiatasse. Nessun ostacolo, tutti in ordine e obbedienti. Che delusione.

Online l’ironia è fulminante. Berlusconi è descritto come un “dinosauro” della politica, alcuni sono increduli, altri scoraggiati, per non dire “schifati”.
Le domande sono tante, anche perché in poche ore, sembra che tutto cambi, senza alcuna logica apparente.

Su Twitter l’hastag #Berlusconi ovviamente è tra i primi 8 più importanti.
“E’ che a lui piace proprio ascoltarsi. Non se ne esce. Lo spettacolo quest'uomo ce l'ha dentro”, scrive una ragazza.
E’ tutto un citare frasi “pazze” dell’ex premier, “#Berlusconi da #Belpietro: ‘Che ci importa dello spread, è un imbroglio’”, oppure “#Berlusconi: ‘Lo #spread è un'invenzione con cui si è cercato di abbattere una maggioranza votata dagli italiani’”.

Si è parlato anche dell’alleanza- non alleanza con Lega Nord:  “#Berlusconi #Vespa: ‘O la Lega mi appoggia o saltano le giunte di Piemonte e Veneto’”.
E di tutta risposta, un utente scrive: “#Berlsuconi eh, eh, chi di Lega ferisce di Lega perisce.”

All’improvviso arriva una notizia che lascia tutti di stucco, increduli, disturbati.
“Ieri #Monti era servo della cattivissima Merkel, oggi ‘Se si candida come leader moderati io mi ritiro’. #Berlusconi. #chiamatelaneuro”.

Un utente sintetizza le ultime grandi mosse politico strategiche dei nostri personaggi politici e non: “#Berlusconi non si candida se si candida #Monti, #Montezemolo invece ci sarà ma solo con Monti.  #Monti dal canto suo riflette. Pure noi”.

Infine, un botta risposta dal calibro della migliore telenovela alla Beautiful: “#Berlusconi: ‘#Renzi, per te la porta è aperta’". Lui replica: ‘Chiudila pure’”.
Ma qual è stata la vera, chiara e concisa risposta di Renzi, che fatto tanto scalpore?
“Caro Silvio, le cose si possono comprare, le persone no. Non tutte, almeno. Io no. Hai le porte aperte per me? Chiudi pure, fa freddo!#ciao”.

La sensazione che il dibattito politico, si stia spostando anche online, e in particolare, sui social network, è sempre più forte. Pensate che persino il Papa Benedetto XVI è su Twitter.

Mi sa che gli scettici, debbano cominciare a ricredersi.

Luisa Ferrara

martedì 11 dicembre 2012

Disamore criminale.

Da Il caffè del 7 dicembre 2012.




25 novembre 2012. Non solo le primarie del centro sinistra, la fila per votare o i tanti seggi vuoti. Non solo Il testa a testa di Renzi e Bersani, ma anche una giornata che ha un significato particolare per tutta l’Italia e per tutte le donne.
E’ dal 1999 che, tramite una risoluzione,  l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne,  e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le Ong, a organizzare attività volte a sensibilizzare l'opinione pubblica in quel giorno.
L’Onu non ha fatto altro che ufficializzare una data che era stata scelta da un gruppo di donne attiviste, riunitesi in Colombia nel 1981, per ricordare il brutale assassino delle tre sorelle Mirabal nel 1960, considerate esempio di donne rivoluzionarie per l'impegno con cui tentarono di contrastare il regime dittatoriale  della Repubblica Dominicana.
Man mano questa data è stata adottata da varie associazioni e organizzazioni, come anche Amnesty International. In Italia diversi centri antiviolenza hanno cominciato a celebrare questa giornata portando sotto i riflettori i tanti episodi di violenza e omicidio che ogni giorno si susseguono contro le donne.
E se l’informazione tradizionale più attenta si muove nei canali classici, online girano tanti articoli, vignette, messaggi sia nelle varie testate giornalistiche, sia nei blog che sui social network, che sono come sempre mezzo di espressione e discussione per tanti utenti, soprattutto giovani.
Su Twitter ad esempio sono andati forte gli hastag #nomore,  #25novembre e #femminicidio, e ci sono stati tanti commenti per commemorare questa importante giornata, non senza un velo di sfiducia e polemica.
Gaia ricorda: “Oggi, per favore, non parlate solo di primarie: è la giornata mondiale della violenza contro le donne”, mentre Elena ci tiene a dire che: “La giornata contro la violenza sulle donne non dovrebbe essere solo oggi ma tutti i giorni e ogni secondo dell'anno”.
E’ più diretta Valentina: “La violenza sulle donne è una vera piaga sociale. Uomini imparate il rispetto. Donne insegnatelo ai vostri figli”, sottolineando, dunque, come la violenza sulle donne sia il risultato di un problema profondamente culturale.
Stefania porta i conti: “La violenza domestica è la prima causa di morte di donne nel mondo tra i 16 ai 24 anni”, mentre Manuela si chiede: “Perché la #violenza sulle donne non è una priorità nell’agenda politica di questo Paese?”.
Tante domande, tutte legittime, tutte importanti. C’è anche chi esorta al cambiamento, che venga dall’alto: “Odio i proclami e le strumentalizzazioni politiche. Piuttosto impegnatevi per cambiare qualcosa, davvero.”
E poi c’è chi, guarda caso proprio un uomo, un ragazzo di nome Guido, ci ricorda: “Le donne sono persone. E come tali, hanno il diritto di essere rispettate, valorizzate e tutelate. Un sorriso sincero, per voi.”
Meglio di un fiore, grazie.

Luisa Ferrara

mercoledì 10 ottobre 2012

L'antipolitica della politica.

Da Il caffè del 05 Ottobre 2012


Che la crisi economica stia martoriando una nazione già di per sé zoppicante, è ormai evidente agli occhi di tutti. Nessuna crisi si può nascondere, anche se in passato è stato fatto da presunti validi economisti. Che in Italia la sfiducia nella politica aumenti giorno per giorno, purtroppo è ormai un dato di fatto. Ma da dove nasce l’antipolitica? Perché si diffonde? Perché trova consenso tra tanti giovanissimi, molto informati, tecnologici, e sempre in Rete? Bisogna fare alcuni dovuti distingui. Ci sono, sommariamente, diverse categorie di persone: i disinteressati, che non s’informano e talvolta non votano, o votano a caso, generalmente per simpatia. Ci sono poi gli informati super partes, che pur avendo proprie simpatie personali, valutano i candidati e i partiti politici per quello che fanno, le leggi che votano, i programmi. Ci sono gli interessati schierati, che si informano, ma sono già di parte, e difficilmente sono disposti ad ammettere fallimenti o errori della propria parte politica preferita. Poi ci sono gli “schifati”, quelli che hanno creduto nella politica, o almeno ci hanno provato, ma negli anni, man mano hanno perso fiducia, si sono sentiti traditi, presi in giro dai partiti e dai vari personaggi politici. Questi ultimi generalmente hanno due tipi di reazione: il primo è il completo disinteressamento e allontanamento dalla vita politica; il secondo è più attivo, se non reattivo, e comporta il desiderio forte di cambiare le cose, di rivoluzionare un sistema corrotto.
Indubbiamente in Italia si sta vivendo una fase complessa per cui la maggior parte della popolazione non si riconosce più in questo attuale sistema, ed è molto delusa da buona parte della nostra classe politica. Si sente parlando con persone colte e informate, così come ascoltando i commenti di persone semplici ma non necessariamente meno sagge. Si può avvertire nella rabbia di molti utenti di Internet, nei commenti ai tanti articoli che girano online, alcuni offensivi, altri pieni di tristezza. Gli ultimi scandali sui grossi sprechi di alcune Regioni, hanno fatti rabbrividire tanti onesti cittadini.
Ecco che bisogna andare a fondo, e capire che l’odio nei confronti della politica è sicuramente distruttivo, ma è necessaria una denuncia senza se e senza ma. Non si può più far finta di nulla, bisogna ammettere che c’è una profonda crisi di valori e che oltre a fare pulizia, è urgente cambiare molte leggi. Quello che è accaduto finora non può continuare ad accadere. E questa non è antipolitica, ma è l’unica ancora di salvezza che la politica possiede, se vuole tornare a essere una risorsa agli occhi dei cittadini. La distanza che c’è oggi sembra tanto insormontabile quanto incomprensibile. Chi sottrae soldi pubblici dovrebbe essere allontanato definitivamente dalla politica, che non è altro che gestione della cosa pubblica. E’ assolutamente improponibile che i partiti accedano a rimborsi elettorali così onerosi e che non ci sia nessun organismo di controllo che richieda la restituzione dei soldi non spesi a fini elettorali e politici. E ancora: quanto altro dobbiamo aspettare per avere una legge anti corruzione? Perché il Parlamento non riesce ad approvarla?

“Blandire gli umori distruttivi è sempre pericoloso: sindaco Renzi io lascio volentieri a #grillo #antipolitica, voglio #altrapolitica”, scrive Marco su Twtitter, ma non è il solo a “lamentarsi”.
“Cari #partiti perché non abolite il finanziamento pubblico? perché non riducete il n. di parlamentari? non e' #antipolitica e' buonsenso!”, fa eco un alto tweet. E ancora: “Il "partito" dell'astensione sale al 33%... se non sono segnali questi #elezioni #antipolitica”.
“Continuare a chiamare #Antipolitica ciò che è la VERA politica mi sembra controproducente, autolesionista e ipocrita. Vero #partiti ?” scrive Fabio. “Non è #antipolitica ma è #anticlassepolitica contro persone ignobili che non rappresentano il paese #tuttiacasa ma #subitoepersempre” scrive Stefano. “L'#antipolitica e' figlia della #cattivapolitica e ci vorranno 20 anni per ricostruire la fiducia degli italiani” scrive Cecilia, citando la giornalista Concita De Gregorio, intervenuta a Ballarò.
Un altro tweet è molto diretto: “Loro contestano #antipolitica, ma sono dediti a interessi personali e non al bene comune”, mentre Carmelo, parlando di Grillo, chiosa “Siamo pronti a innamorarci di nuovo dei montatori di forche scambiandoli per salvatori della patria? Pare di sì. #antipolitica #Grillo”.
Le domande sono tante, ma ora ne ho io una per voi: perché l’antipolitica che non propone alternative, di per sé è così nefasta? Perché bisogna ricordare che l’organizzazione in partiti e l’esistenza di una democrazia con alternanza di per sé è un sistema teoricamente corretto. Il fatto che all’interno dei partiti vi siano individui non degni di rappresentare i propri concittadini è una conseguenza di come è organizzato il sistema di selezione e scelta. Ma anche del poco interesse e dell’ignoranza di chi finora ha scelto. Di un sistema dell’informazione che talvolta è succube di interessi partitici, non libero, non super partes, non indipendente.
Il nostro Paese ha bisogno di ricominciare a credere in se stesso, ma deve prima decidere da che parte vuole andare. Se vuole ancora difendere e prendere esempio dai furbi, o finalmente virare verso l’onestà e la correttezza. Se vuole difendere mentalità mafiose o preferire alla sopraffazione, diritti e giustizia sociale. Se vuole premiare forze imprenditoriali innovative, invece di tenere in vita realtà sanguisuga che non danno alcun frutto. Le sfide, come le preoccupazioni, sono tante. Ma non si può smettere di crederci.
L’antipolitica deve diventare “anti mala-politica”, trasformandosi in linfa per un vero cambiamento.

Concludo con un tweet che sembrerà banale, ma che sintetizza il sentore comune: “La cosa che risulta chiara adesso, guardando lo scandalo dei fondi pubblici usati dai partiti, è che l'unica #antipolitica è la loro. Reset”.

Luisa Ferrara

giovedì 4 ottobre 2012

Youth Media Days

Da Il caffè del 28 settembre 2012.


“Si scrive Youth Media Days, si legge Festival del giornalismo di Napoli”. Questo l’inizio dello spot che si può ascoltare sul sito del Festival del giornalismo giovane, organizzato da Youth Press Italia (festival.youthpressitalia.eu/), costola italiana di European Youth Press, che raggruppa una ventina di associazioni nazionali di giovani giornalisti e partecipa a varie attività, corsi e progetti di scambio organizzati in tutta Europa, in collaborazione con le istituzioni europee. 
Dal 21 al 23 settembre al Pan - Palazzo Arti di Napoli, ci sono stati tre giorni di dibattiti e convegni con numerosi e importanti argomenti, dalla lotta al precariato, alle nuove frontiere del giornalismo, dall’utilizzo delle nuove tecnologie, all’esigenza di riconoscersi in professionalità ben definite. E tanto altro ancora, il tutto all’insegna di una grande apertura al giornalismo internazionale e ai social network che hanno il merito di interconnetterci tutti all’istante.
L’hastag Twitter utilizzato per postare e condividere opinioni, foto e dichiarazioni durante i convegni, è #YMD12. Tra pc e smartphone, noi dell’ufficio stampa social, abbiamo avuto gran lavoro, cercando di aggiornare in tempo reale coloro che ci seguivano dai loro pc, o dai loro telefoni o tablet, ovunque essi fossero.
Un festival in “presa diretta” con ospiti dal calibro di Pino Scaccia reporter storico del Tg1, Lirio Abbate dell’Espresso, i ragazzi di Radio Siani impegnati nella lotta anticamorra sul territorio, il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti Enzo Iacopino, Amalia de Simone del Corriere della Sera, Ottavio Lucarelli dell’Ordine dei Giornalisti della Campania, Luigi De Magistris Sindaco di Napoli e Antonella Di Nocera Assessore alla Cultura. E ancora, per parlare di giornalismo precario, Ciro Pellegrino del Coordinamento dei giornalisti della Campania e Valeria Calicchio di Errori di Stampa. Presenti molte radio e giornali universitari campane, come Federico Tv, Il Levante, Radiorientale, Run Radio, Zai.net, F2 Lab e Unis@und.
Sale gremite di giovani molto decisi, talvolta arrabbiati, preoccupati per il loro futuro, desiderosi di avere qualche risposta, ma soprattutto di fare domande. Dai 14 anni in su, fino ai 30. Perché oggi si è giovani,  e quindi anche precari, fino ai 40 anni se non di più. L’accesso alla professione sta diventando sempre più un miraggio, con tutti i dubbi e le perplessità sulle costose scuole di giornalismo e sull’esistenza di ben due albi professionali. Qual è il modo migliore per avvicinarsi alla professione? Quali sono gli sbocchi occupazionali? Perché in Italia abbiamo Master in giornalismo così cari? Perché non esiste un’università pubblica che permetta di diventare giornalisti?
Ci sono giornalisti precari pagati anche 3 euro al pezzo e questo è un vero e proprio scandalo. Sono d’accordo anche il presidente dell’Ordine Enzo Iacopino, Roberto Natale, presidente della Federazione Nazionale Stampa Italiana e Paolo Butturini, segretario di Associazione Stampa Romana. Bisogna assolutamente trovare una soluzione, ci vogliono controlli, bisogna limitare il potere degli editori, bisogna fare leggi che tutelino i giornalisti.
Un primo passo può essere portare avanti la legge sull’equo-compenso, che assicuri ai giornalisti precarizzati un minimo di retribuzione. Ma non basta. C’è bisogno di una nuova consapevolezza che spinga i giornalisti e i praticanti a rifiutare di lavorare gratis o per pochi centesimi al pezzo, affinché al merito e alla preparazione siano dati valore e riconoscenza. Non si deve più cedere alla lusinga di chi dice “ti do visibilità”, perché è solo un modo per sfruttare giovani firme desiderose di affermarsi e farsi conoscere, senza le quali probabilmente molti giornali non uscirebbero proprio.
Si è parlato molto dei diritti chi ogni giorno fa il proprio dovere, ma si sente invisibile e maltrattato dallo Stato. Iacopino ci ha tenuto a precisare la sua lotta per l’approvazione della “Carta di Firenze” a tutela del lavoro giornalistico precario. La carta fa appello in primis alla Costituzione, che difende l’uguaglianza e la libertà di ogni singolo cittadino (e quindi sancisce l’impegno della Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale), ma propone anche politiche attive e concrete contro la precarietà. Un giornalista sottopagato è sicuramente più facilmente condizionabile nella sua indipendenza e imparzialità, e per questo l’Ordine e l’FNSI si impegnano a vigilare affinché ci sia un compenso degno per tutti gli iscritti all’Ordine e i praticanti. L’invito è però anche quello a denunciare gli illeciti e i soprusi, al fine di poter permettere all’Ordine di applicare le dovute sanzioni.
Tre giorni importanti, per riflettere, informarsi, confrontarsi, sperando che qualcosa possa cambiare, e che nel magma della Grande Rete, tra chi scrive per hobby, chi usa i social network e chi li evita, chi ha un blog e chi invece di giornalismo ci campa (o meglio ci sopravvive), si faccia presto un po’ di ordine.
Luisa Ferrara

mercoledì 13 giugno 2012

"Garanzie nelle Comunicazioni" o nelle nomine?

Da Il caffè dell'8 Giugno 2012




I meno giovani conoscono sicuramente il significato della sigla Agcom, le nuove generazioni dovrebbero presto imparare a conoscere le funzioni dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (www.agcom.it). Perché? Semplice, questo organo dovrebbe assicurare il pluralismo nel settore dell’editoria e della radiotelevisione, tutelando le libertà dei cittadini rispetto a ciò che è scritto nella Costituzione, vigilando su una corretta concorrenza tra gli operatori del mercato. Ciò però purtroppo in Italia non accade.
“Conflitto di interessi” e “duopolio” sono termini di cui senza dubbio i più attenti avranno sentito parlare nell’era berlusconiana. Ma il problema più profondo, forse, attanaglia proprio la RAI, la nostra azienda di Stato, il cui Cda (Consiglio d’Amministrazione) è a nomina politica. 
Ma se l’Agcom fosse indipendente da interessi politici ed economici, come auspicato alla sua creazione, probabilmente potremmo stare tranquilli del suo lavoro sia imparziale. E invece sembra di no, perché anche i membri di questo ente sono scelti dalla politica, per nomina diretta del Governo in carica.
Questo sintetico preambolo mi serve a raccontarvi quello che è successo in questi giorni, in cui ancora una volta, le speranze di una nuova democrazia sono state disilluse. Quest’anno c’era chi, per le nuove elezioni dei membri dell’Agcom, aveva presentato al governo tecnico i propri curriculum per concorrere meritocraticamente. Ma a quanto pare questa iniziativa è stata snobbata, i membri sono stati scelti nuovamente dai maggiori partiti in combutta tra loro, e si è parlato ancora di “lottizzazione” e “spartizione delle poltrone”.
La polemica online è cominciata già prima delle nomine, dove c’è chi ha chiesto: “Quello che non torna delle candidature dal basso per l’#Agcom: intanto, dove si manda il curriculum???”. Domanda valida, dal momento che non è stato creato un ufficio predisposto ad accogliere le candidature, ma sono arrivate in modo confuso a Montecitorio, centinaia al giorno, poco prima delle nomine. Tanto che qualcuno ironizza: “Pare che anche Pippo e Topolino si siano proposti come commissari”. E ancora il 30 maggio, sempre su Twitter: “#trasparenza ex-ante: all'#Agcom ora ci vuole qualcuno così bravo da capire come candidarsi senza chiedere favori”.
Ovviamente potrete  immaginare cosa sia accaduto dopo le nomine. Qualche commento, solo per fare un esempio: “Altro che commissari indipendenti, l'#AgCom, come al solito, viene lottizzata” oppure  “#Agcom: ecco i nomi, oggi voto. Curricula ignorati, scelta in mano ai partiti.”
C’è chi, anche tra i rappresentanti politici d’opposizione, ci va giù pesante sfogandosi online. E’ il caso di Di Pietro, molto arrabbiato, il quale dichiara: “Curricula usati come carta da cesso.” Altri si chiedono perché secondo Bersani del Pd la Rai vada liberata dai partiti, e questa regola non valga per l’Agcom. Bella domanda. Ancora ironia, sempre più amara, ma mano che scorro le pagine: “Aggiungi un posto a tavola, c'è un amico in più, se sposti un po' la seggiola stai comodo anche tu, gli amici a questo servono #AgCom#Privacy”.
I nomi degli eletti potrete trovarli su qualunque giornale, così come il numero di preferenze ricevute dai partiti coinvolti, ovvero Pdl, Lega, Pd e UDC. A quanto pare, secondo le ultime notizie, Idv e radicali hanno intenzione di fare ricorso al Tar. Mentre SEL, attraverso il suo segretario Nichi vendola, si è espressa così: “Quello che è accaduto ieri con le nomine Agcom è una ferita che apre scenari problematici. E’ una pagina nera che per me può pesare moltissimo sulla scena politica italiana. Come si può immaginare che questo non fosse un terreno di lotta politica, in un Paese che ha vissuto il conflitto di interesse, un Paese in cui l’anomalia italiana nel mondo è stata percepita soprattutto come un’ipoteca drammatica sul pluralismo?” 

Chissà come andrà a finire il prossimo appuntamento con la “democrazia nelle comunicazioni”, ovvero quello dell’asta per le frequenza televisive, annunciata da Monti, in alternativa al beauty contest. Sarà l’Agcom a fare le regole per il bando di gara, assieme alla Commissione Europea. Vi sentite più tranquilli?


Luisa Ferrara 

domenica 10 giugno 2012

Il pericolo "sismico".

Da Il caffè del 1 Giugno 2012


Foto da meteoweb.eu


Talvolta i titoli di giornale sono in grado di rendere bene il panico creato da una situazione tragica e d’emergenza. “Terremoto in Emilia, oltre 30 scosse nella notte”, “Aumenta la benzina e torna l’incognita dell’Iva”, “Paura nella notte, decine di scosse. Trema anche il Sud”, “Strage nei capannoni, la procura apre un’inchiesta”, “Emilia in ginocchio: 228 scosse in 36 ore, 17 morti.” E così via, tutto in tempo reale, numeri e parole a raffica, come tante piccole ferite. Il web reagisce con sconcerto e solidarietà a queste notizie, come già fu per il terremoto de L’Aquila.  Si diffondono messaggi a catena per far sapere cosa succede sul posto, che tipo di aiuto serve, come collaborare. C’è chi prega, chi si arrabbia, chi si organizza per partire e andare a dare una mano. Fioccano numeri della Protezione Civile o dell’Avis, e il numero nazionale a cui mandare un SMS (45500) per donare 2 euro.
Quello italiano è un popolo strano, non c’è che dire. Tanto generoso nelle disgrazie, quanto restio a pagare tasse peri servizi pubblici di base.  Generalmente morbido nei confronti del potere, in genere perdona tutto a tutti, e s’indigna quelle 4-5 volte all’anno, in casi estremi, quando si sente preso in giro. Poi dimentica. Nonostante questo, nonostante i furbetti, quelli che passano sopra i diritti di tutti, qualche volta è unito o forse ci prova.
Mentre su You Tube sono tantissimi i video che testimoniano le scosse persino in diretta, su Twitter le notizie, i commenti e le dichiarazioni alla voce #terremoto sono dei più variegati: “La crisi taglia garanzie e diritti. Non entri in casa per timore dei crolli ma entri in fabbrica perchè temi di perdere il lavoro” dichiara Ezio Mauro, direttore di Repubblica. Da La Stampa linkano un articolo: “ L’#imprenditore ucciso dall’amore per la sua azienda, muore verificando agibilità capannone”. Fiorella Mannoia fa un appello da molti accolto: “Annullate la visita del papa e la parata militare e indirizzate quei soldi agli emiliani”. Diversi quotidiani, settimanali e mensili si mobilitano nel dare numeri di telefono utili o indicazioni nel caso ci dovessero essere ulteriori scosse, date le caratteristiche di questo sciame sismico. Si fa la conta dei morti e degli sfollati, mentre associazioni come Save the children suggeriscono di: “rassicurare i bambini e fornire loro il primo supporto psicologico: rasserenarli spiegando quello che si sta facendo per proteggerli”. Qualcuno sottolinea che “Da 2 anni Ministero e #Governo non rispondono all'interrogazione parlamentare su sistema monitoraggio #terremoti”. Qualcun altro tuona: “Niente soldi (anche per Legge) per i #terremotati, tanti soldi per gli appalti Tav”.
“Ancora #condoni o cominceremo anche ad #abbattere?” ci si chiede, giustamente, a questo punto.
Gli italiani sembrano essere consapevoli del fatto che si sarebbe dovuto fare di più prima, nell’applicare le norme per le costruzioni antisismiche, nel fare le dovute ristrutturazioni alle case e restauri ai monumenti che stanno andando in frantumi, scossa dopo scossa. Come ogni volta, dopo ogni terremoto, sono enormi le polemiche, ma sembra di essere sempre punto e da capo. I terremoti non si possono prevedere, certo, ma l’Italia è un paese interamente sismico e deve trovare un modo preventivo di difendersi. Non è più concepibile che si aspetti il disastro per parlarne, che si aspetti la distruzione per ricostruire.


Luisa Ferrara


giovedì 19 aprile 2012

L'inverno dei mercati e le prediche di Napolitano.


Da Il Caffè del 13 Aprile 2012




Foto tratta da cambiailmondo.org


Mentre le indagini della magistratura mettono in subbuglio il partito della Lega Nord, mentre Camusso, Fornero e Mercegaglia litigano sulla riforma del lavoro, mentre si mette mano in Parlamento ad una legge che regoli (meglio di quanto è stato fatto finora) i rimborsi elettorali ai partiti, Napolitano fa una delle sue belle prediche, cui ormai siamo abituati, e che forse in qualche modo, un po’ ci tranquillizzano.

‘Non basta l'invocazione un po' fastidiosa e vacuamente polemica della crescita come se ci fosse sordità su questo, come se fosse chiuso il capitolo del rigore finanziario, serve un mercato del lavoro più trasparente, meglio regolato ed efficiente, ma serve anche nuova occupazione per i giovani’, ha detto il presidente della Repubblica nella cerimonia al Quirinale per la presentazione del progetto "Gse, energie per il sociale”. Il capo dello Stato ha ricordato che nel Paese c'è ‘una seria disoccupazione e inoccupazione giovanile che pesa sulle famiglie, una mancanza di prospettive di occupazione per i giovani’, e ha promesso che di ciò si terrà conto in Parlamento nella discussione sulla riforma del mercato del lavoro.
Ma quali sono gli umori e le preoccupazioni degli italiani che trapelano dal web? Tra uno spread in salita e uno discesa, la gente comincia ad avere paura davvero. Le tasse aumentano, così come aumenta l’evasione di chi riesce a farla franca ingannando i propri concittadini e lo Stato. L’incremento della pressione fiscale smorza la vera crescita, se per crescita si intendono investimenti da parte delle imprese e assunzioni. Dinanzi a tante tasse molte piccole e medie imprese collassano, considerando la crisi economica, l’inflazione, l’impoverimento delle famiglie, la disoccupazione. C’è incertezza, si ripete da mesi, si fanno meno progetti perché si è più precari, si fanno meno acquisti perché tutti più poveri.
Da dov’è che si può davvero ripartire? Ecco che fioccano i commenti delusi, arrabbiati, ironici alle parole di Napolitano, sicuramente non contro la sua persona, che in quanto garante della democrazia non è certamente il responsabile di questa situazione, ma da cui forse ci si aspetta qualcosa in più.
Da Twitter, citando le parole di Giorgio Napolitano: “Non c’è crescita senza innovazione, dovrebbero dirlo a coloro che tagliano i fondi alla ricerca” esclama un giovane iscritto.  Oppure: “Ora rilanciare la crescita, se si riferiva a quella di #spread, debito pubblico e suicidi, l’obbiettivo è stato raggiunto”. Qualcuno è più duro, e inserisce, non proprio velatamente, il Capo dello Stato tra i responsabili: “Si deve agire dalla ripresa, esatto: bisogna assolutamente fermarli, a partire dal colle”. “Ci assilla ( a noi anziani) il rilancio della #crescita produttiva e occupazionale” si ironizza ancora partendo dalle parole del Presidente. “E’ l’inverno dei mercati” ha detto Napolitano, e da Twitter rispondono: “Già pronte le catene”. Qualcuno è anche più duro, invocando la galera per Napolitano, Monti e la Fornero, responsabili dello sfascio dell’Italia.
La borsa italiana cala, e l’illusione di essere usciti dalla crisi vacilla. Lo spread è ancora instabile, ma non si può dire che il responsabile della crisi sia il governo tecnico. Piuttosto, si può criticare il modo di uscirne o cercare di risolverla. Sicuramente accanto a emendamenti essenziali ci sono altrettante soluzioni che sono state inaspettate e non sembrano, almeno finora, nel breve termine, essere efficaci. Ciò che delude è il fatto che non ci sia stata una vera legge patrimoniale, e che non si siano toccati i veri grandi sprechi e privilegi della politica.
Basterà la crisi dei partiti a riformare la nostra classe politica, a renderla più responsabile e accorta, più parsimoniosa e onesta?
La paura è che alle prossime elezioni nulla cambierà e la parentesi del governo tecnico sia stata una pillola amara e indigesta, quanto inefficace. 

Luisa Ferrara

martedì 3 aprile 2012

La riforma del lavoro attraverso un Tweet.


Da Il caffè del 30 Marzo 2012 
Foto da www.lademocrazia.it 

Negli ultimi mesi il dibattito politico sembra in parte essersi spostato sui social network. Anche i nostri amati dinosauri, oltre che giovani sindaci come Luigi De Magistris, sembrano aver scoperto il potere dei Tweet, dopo quello di Facebook. Vendola era ad esempio stato precursore in questo, anche grazie all’operato locale delle “Fabbriche di Niki”, e poi Bersani e il suo PD. Berlusconi, ovviamente, tra quelli di destra, è stato uno dei più presenti online, grazie all’esercito dei fan “Menomale che Silvio c’è”. E man mano si sono aggiunti in tanti, ministri, deputati, senatori, di tutte le parti politiche. Quindi se prima occupavano televisioni e giornali, ora ce li si ritrova anche lì, croce e delizia della democraticità del web.
La “riforma del lavoro” proposta dal governo Monti è in questi giorni lungamente dibattuta, ovunque e da chiunque. I sindacati hanno annunciato gli scioperi, mentre Pd e Pdl cercano, in modo differente, di accordarsi in qualche modo con Monti sulla riforma. Monti si dice convinto che passerà in Parlamento, titolano tutti i giornali, ma i dubbi restano, soprattutto Bersani non sembra essersi totalmente convinto.
Da Twitter, lo staff di PD Network propone "un tavolo sul #lavoro. Nelle prossime settimane non servono proposte estemporanee" - dichiara, linkando la sintesi della relazione di Bersani. Vendola invece si esprime in modo estremamente contrariato sulle modifiche all’articolo 18: “Non è una riforma, ma una controriforma. Nessuna fiducia nel fatto che questo Parlamento riesca a migliorare il testo”. Ancora Bersani, dal suo profilo personale, fa una considerazione propria: “dopo la riforma del mercato del #lavoro ci si impegni a dare un po' di lavoro”.
La CGIL Nazionale dal canto suo, fa notare alcune incongruenze: “Le imprese italiane già oggi possono licenziare per verificati motivi economici. Professor #Monti non è vero che gli è impedito farlo.” E aggiunge con altri Tweet: “Non si può fingere di non sapere che l' #Art18 scatta solo se i licenziamenti si dimostrano non giustificati al vaglio di un giudice. Con la riforma #lavoro si vuole che imprese possano licenziare chiunque, anche senza motivi economici, e che nessun giudice possa impedirlo.”
Come si può notare, è pur vero che un Tweet è fatto solo da 140 caratteri, ma aggiornando spesso è facile comunicare, anche in maniera sintetica, un pensiero su questioni importanti, rimandando ad articoli in collegamento, per chi voglia eventualmente approfondire.
Manca Berlusconi su Twitter. C’è pero il profilo del GovBerlusconi, “Il governo del fare” che ha 3.204 followers ed è fermo a dicembre. Profilo aggiornatissimo invece quello di Pier Ferdinando Casini, che il 27 marzo esclama “Twitter e' uno strumento democratico e aperto a tutti, anche ai politici! Così va il mondo!”. Peccato non trovare riferimenti concreti o prese di posizione rispetto all’attuale tavolo sulla riforma del lavoro, ma solo qualche considerazione in difesa dell’operato di Monti e degli imprenditori: “Questo Governo in pochi mesi ha fatto tanto. L'emergenza non è finita, irresponsabile affossarlo. Noi sminatori per farlo andare avanti.” Oppure: “Gli #imprenditori non sono cannibali che vogliono disfarsi dei lavoratori! Un imprenditore serio vuole crescere e assumere non licenziare!”.
Ma non finisce qui, sembrano esserci davvero tutti. Anche Angelino Alfano è approdato su Twitter, e il 29 marzo esclama “oggi raggiunto un primo importante risultato. Il PDL difende il lavoro ed i lavoratori!” citando il profilo del Popolo della Libertà, dove si leggono interventi di altri twittofili, come Renato Brunetta, Maurizio Lupi, Franco Frattini eccetera eccetera.
Si danno da fare i nostri politici, hanno capito che ogni mezzo va sfruttato fino all’osso per proporre il loro pensiero, stare al centro dell’attenzione, colpire con qualche proclamo e provare a procacciare voti nel mondo “più giovane”. 

Luisa Ferrara

giovedì 29 marzo 2012

Il buco Sanità.

Altra settimana, altro post.
Da Il caffè di venerdì scorso, 23 Marzo, una riflessione su quello che è l'enorme problema sanità in Italia.




“Il Servizio sanitario perde la stima degli italiani”. “Il 31,7% degli italiani ritiene che la sanità sia peggiorata negli ultimi due anni”. “Campania: Precipita ascensore in ospedale San Gennaro, 3 feriti”. “Dieci ragioni per fuggire dalla sanità Campana”.  “Truffe in Sanità, Campania: blitz dei Nas, coinvolti 13 medici e paramedici”.
Questi sono solo alcuni dei titoli che hanno riguardato il problema sanitario in Campania negli ultimi mesi, e che potete trovare facendo una ricerca in Google digitando “sanità campania”.
A Napoli di recente è stata sgominata una rete composta da medici, paramedici e amministratori, che in pratica truffava il sistema sanitario pubblico. Come? Costruendo un sistema di illegalità nelle prestazioni sanitarie in regime di intramoenia, facendo convergere clienti delle strutture pubbliche in quelle privati, chiedendo enormi somme di danaro per interventi sanitari. Sembra che siano coinvolti non solo l’Ospedale Cardarelli, ma anche altre strutture pubbliche napoletane. Chiaramente si intuisce come questo non sia un problema solo campano (che dire degli scandali pugliesi?).
La sanità in Italia soffre da decenni, ma un rapporto del Censis ha evidenziato come negli ultimi due anni il 31,7% degli italiani ritiene che il SSN sia peggiorato, a fronte di una piccola percentuale di soddisfatti che vi scorge persino miglioramenti (circa l’8%). Il problema è che i soldi non bastano, sono stati spesi male finora, e non ci sono per il futuro. Nel 2015, per soddisfare i bisogni di salute serviranno 17 miliardi in più di quelli preventivati. Chissà dove li prenderemo.
In Campania il buco della sanità è davvero tremendo, si sa, e per questo si cerca di risparmiare. Economizzare talvolta, non vuol dire però combattere gli sprechi, ma significa far rallentare tutto, esami, interventi, visite.  Occorrono mesi se ci si rivolge al pubblico, ma bastano ore o giorni, se invece si paga, come racconto Antonio Corbo in un interessante e approfondito articolo per napoli.repubblica.it.  Esiste un sistema, ormai accettato e strutturato, per “fare prima”. È il sistema "intramoenia" che in Campania degenera in abusi ormai risaputi, che rende privata la sanità pubblica, che favorisce i malati ricchi rispetto a coloro che sono meno abbienti. Che nessun medico denuncia però. Che nessuno sente come un furto, un danno. Eppure i soldi investiti nella sanità pubblica non sono altro che le tasse pagate dai cittadini onesti, che dovrebbero avere in cambio un servizio funzionante.
Come se non bastasse, l’ingerenza politica e il clientelismo non fanno altro che peggiorare ed esasperare la situazione.
Su Twitter sono riprese da vari utenti le dichiarazioni di #Balduzzi, ovvero Renato Balduzzi, attuale Ministro della Salute nel governo Monti, e in particolare è citata la sua “cura”: ‘Basta nicchie e comportamenti stagni’, ‘Non aumentare risorse, avanti regionalizzazione’. Ciò significherebbe più autonomia alla Regioni, che devono cominciare a contenere le spese attraverso dei piani di riqualificazione e riorganizzazione, potendo però contare sempre su meno risorse.
Dal sito video.ilsole24ore.com ovvero la  versione web de “Il Sole 24 Ore”, è visualizzabile un video sulla visita di Balduzzi a Napoli, a pochi giorni dallo scandalo che ha scosso la sanità partenopea con l’arresto del Primario di Ortopedia, Paolo Iannelli, dell’Ospedale Cardarelli. Il Ministro parla dei casi di sovraffollamento di pazienti e dell’importanza di trovare regole per risolverli, regole che spettano alle Regioni. Ha anche auspicato il completamento del famoso “Ospedale del Mare”, i cui lavori sono fermi ormai da tempo. Aggiunge anche che i criteri con cui sono ripartiti i fondi del sistema sanitario nazionale vanno rivisti. Cosa vorrà dire? E’ una minaccia, come a dire, ‘non avrete più soldi, arrangiatevi come potete’? Non si sa. Ciò che è certo, è che se non fosse per le forze dell’ordine e magistrati con le loro inchieste, nessun scandalo verrebbe mai fuori.
Ci vorrebbero probabilmente più prevenzione, più controlli, una migliore “governance” per usare una parola tanto politichese, tanto abusata, ma mai realmente messa in pratica. Una gestione razionalizzata, intelligente, staccata dalle motivazioni politiche, e pubblica, nel vero senso della parola. Finalmente.


Luisa Ferrara



lunedì 5 marzo 2012

No Tav e Valsusa.



Venerdì è uscito il mio ultimo articolo su Il caffè, settimanale indipendente casertano, in cui ho affrontato il problema dei No Tav e della questione Val di Susa, analizzando le proteste e i diversi punti di vista, anche attraverso il mondo del web. 
Il mondo del web è variopinto, infinito, esteso, non sintetizzabile, non è possibile dividerlo facilmente in categorie. E a mio avviso è scorretto e fuorviante usare denominazioni come "Il popolo di Facebook" o "Il popolo di Twitter". Per questa ragione, mi limito sempre a riportare degli esempi di dichiarazioni e pensieri che possano portare in sé il senso comune dei molti che scrivono e si esprimono, senza la pretesa di estendere a tutti quelle affermazioni. Mi concentro su frasi che provochino o che pongano domande importanti.

Detto questo, vi copio qui il mio articolo.

Buona settimana!


La Val di Susa è una valle alpina situata ad ovest di Torino nella parte occidentale della regione Piemonte.  Nel 1989, la Francia invita l’Italia ad unirsi alla sua rete di Tgv, il servizio ferroviario ad alta velocità e nel 1990 nasce il Comitato Promotore per l’Alta Velocità Torino-Lione. La Valle, già attraversata da una ferrovia, da un’autostrada e un elettrodotto, comincia a protestare. Dopo 12 anni non si è ancora fermata. La “Val di Susa” entra nell’immaginario collettivo come l’emblema della difesa della natura contro il un “progresso” pericoloso e considerato inadatto a quel territorio. La Val di Susa è il luogo, ma anche l’insieme degli abitanti, dei contadini e delle coscienze che popolano quelle terre. Ma il movimento No Tav come oggi lo conosciamo, nasce pian piano. Dapprima erano stati professori, tecnici, medici e tanti professionisti, oltre agli amministratori locali, ad aver mosso molte perplessità sul progetto, e a organizzarsi, ad esempio, nell’Associazione Habitat. Grandi manifestazioni e vari tentativi di farsi ascoltare in modo pacifico, non bloccano il progetto. Cominciano i primi sabotaggi e presidi permanenti: lo scopo è bloccare i lavori dopo la sigla dell’accordo nel 2001, ed evitare che la polizia sequestri le terre dei contadini, destinate, contro il loro volere, ad ospitare la Torino-Lione. Ogni giorno è lotta e scontro, talvolta guerriglia. Polizia e No Tav infuocano la Valle, incarnando lo scontro tra diritto dei cittadini e supremazia dello Stato.
Sulla Valsusa si divide anche l’Italia, come sempre accade per ogni questione importante. C’è chi è vicino alle sofferenze di quella gente, alle loro paure e alla loro richieste, anche se è a kilometri di distanza. C’è che crede che siano invece criminali facinorosi, e che si stiano opponendo a un progetto altamente tecnologico e fondamentale. Ci si divide senza ascoltare le ragioni, talvolta senza conoscere i fatti. E’ un po’ lo Sport nazionale, quello di avere un opinione su tutto pensando di avere sempre ragione. Ma aldilà di questo, è interessante notare come quel che accade a Torino ha coinvolto molti in Italia. L’incidente per cui ora è in fin di vita uno dei manifestanti, Luca Abbà ha scioccato tutti. L’uomo si è arrampicato su un traliccio dell’alta tensione ed è rimasto folgorato, facendo un volo di 15 metri. C’era un cantiere aperto, ed egli era riuscito ad entrare in quel terreno che era in parte ancora suo. Decine di manifestazioni  e presidi dal giorno successivo si sono costituiti in tutto il Paese in solidarietà di Luca Abbà, che ora è in gravissime condizioni.
Il Giornale, come spesso accade, col suo cinismo di cattivo gusto, ha titolato: “Altro che eroe  - Solo un cretinetti”, scatenando polemiche e proteste.

Luca Abbà (La Presse)

No Tav minacciano di bloccare strade e autostrade, e dai rappresentanti del Governo arrivano le solite risposte: “Isolare spinte estremiste” ha detto la Cancellieri. Intanto dalla pagina No Tav su Facebook consigliano di cercare i video su You Reporter, laddove su You Tube vengano censurati, e cercano conforto in “Canzone di Maggio” di De Andrè. C’è anche l’evento “Siamo tutti NO TAV! Mobilitazione a Napoli”, grazie al quale il 27 febbraio, tra le vie centrali di Napoli, si riuniscono in solidarietà a Luca Abbà circa 200 persone, tra studenti e attivisti del Comitato contro la discarica di Chiaiano, del Laboratorio Insurgencia, e altri ancora.  Anche il Sindaco De Magistris ha mostrato la sua solidarietà, giudicando l’opera che si vuole costruire in Valsusa, “inutile, costosa e dannosa”. Dalla pagina “Restiamo Umani” postano un elenco dei presidi previsti in tutta Italia con rispettivi indirizzi e orari, e ci sono più di 50 città.
Da Twitter parte una sorta di telecronaca degli eventi, basta digitare #notav nella ricerca per saper cosa ne pensano Beppe Grillo, Sandro Ruotolo, Alessandro Sallusti e tante persone comuni. Sabina Guzzanti chiede di ascoltare la voce del leader dei #notav in fin di vita (Luca).  Selvaggia dà spazio all’amara ironia scrivendo: “I progressi di questo paese: dal No Cav al No Tav. Dall'olgettina a pecora al Carabiniere pecorella”, riferendosi alla storia del manifestante che ha dato della pecora ad un Carabiniere, arrestato e poi rilasciato. Nel frattempo gira un video shock di You Reporter in cui si vede la polizia sfondare la vetrina di un bar in cerca di manifestanti. Su You Tube è possibile trovare diverse assemblee del movimento, piene di signore coi capelli bianchi assieme a signori calvi e giovanotti che non sembrano poi così violenti, in cui si spiegano le ragioni No Tav. In una si chiede ai poliziotti di schierarsi con la popolazione, rifiutandosi di manganellare o caricare. Fa quasi tenerezza.  
Luisa Ferrara