Visualizzazione post con etichetta femminicidio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta femminicidio. Mostra tutti i post

martedì 9 luglio 2013

Cubeddu, le femministe e la violenza sulle donne.

esemplare umano di sesso femminile
con addosso stoffa per coprire le parti intime 


Non è facile oggi fare battaglie femministe in difesa delle donne senza rischiare, talvolta, di rasentare un estremismo illogico e di parte. Preferisco quindi parlare di battaglie per le donne, per tenere lontano da me ciò che considero estremo e dannoso ai fini di un obiettivo. Nella lotta di genere ci sono cose che condivido e cose che sento distanti, e non è la prima volta rispetto a una teoria o a un'ideologia, che provo questa sensazione.

Avere degli assunti certi può aiutare a semplificare la realtà e a trarre facilmente conclusioni, ma non aiuta la riflessione, il confronto e la comprensione delle problematiche che attanagliano società complesse come le nostre. Questo è il motivo per cui, in generale, non prendo parte a collettivi, partiti politici, associazioni politico-culturali et similia, ma sembra sempre che osservi da fuori, cercando di farmi un'idea sulle cose che sia mia. Non riesco, ahimè, a star stretta in un "pensiero unico" pure quando questo si definisce alternativo e agli antipodi del mainstream, ovvero divergente rispetto al cosiddetto pensiero dominante.

Tornando al discorso "femminista" sono consapevole di come questo movimento abbia portato avanti battaglie fondamentali e vitali per le donne e come continui a farlo, oggi più di prima, attraverso una rete internazionale e all'utilizzo di nuovi media come i social network. Le battaglie tramite hashtag e tag attirano sempre più spesso l'attenzione anche di altri media e in breve tempo alcune tematiche diventano notizie di primo piano. Come il caso della giovane Amina, o del gruppo Femen. Ancora più lampante è il caso della diffusione del termine femminicidio per indicare l'omicidio di genere e ultimamente la protesta contro un articolo discutibile di Marco Cubeddu pubblicato dal Secolo XIX. Ho detto già la mia sul femminicidio in un articolo pubblicato su Agoravox, e ho aspettato l'evoluzione del caso per parlare del "provocatorio" articolo di Cubeddu, cui sono seguite reazioni di vario genere, per farmi un'idea sulla questione che non fosse dettata dall'impulsività.

Sono arrivata alla conclusione che Cubeddu sia stato semplicemente molto superficiale semplificando all'osso un problema storico e problematico come quello della violenza sessuale sulle donne e in particolare sulle giovani donne. Lui fa riferimento al vestiario succinto di ragazzine di 11-12 anni in piena estate, sollevando ovviamente una grossa polemica. Si parla di ragazzine delle scuole medie che giocano a gavettoni in strada, noncuranti molto probabilmente, di poter attirare sguardi indiscreti, e talvolta pericolosi, solo perché indossano comodi e corti pantaloncini (visto il caldo!). La domanda è proprio questa: tutte le ragazzine di 11-12 sono consapevoli, e fino a che punto, della  propria sessualità? Il loro intento è davvero provocatorio? Le mamme e i papà sono responsabili del loro vestiario che potrebbe apparire "non consono"? E fino a che punto è possibile limitare una ragazzina mettendola in guardia rispetto al pericolo di attirare malintenzionati scoprendosi per il caldo? Domande, domande, domande. Quelle che dovrebbe porsi Cubeddu, e come lui, tanti altri professionisti dell'informazione, dell'educazione, della psicologia.

Ho cercato di farmi altre domande, per provare ad andare, almeno un po', alla radice del problema. Come crescono le ragazzine di oggi? Quali sono gli esempi che seguono? Quanto in fretta crescono e in che modalità si approcciano al proprio corpo e alla propria sessualità? Che ruolo hanno le famiglie e la scuola, i media e la comunità? Che rapporto hanno con l'altro sesso?

Sono donna, ho quasi 28 anni e sono stata una ragazzina anche io. Il problema più grande che vedo, onestamente, non sono gli shorts (che anche io indossavo in piena estate girando in bici nel mio quartiere o giocando con la palla nella stradina sotto casa, come tutte le ragazzine della mia età). Il problema credo sia che molte delle ragazzine di oggi tendano a vestirsi da ragazze più grandi senza averne la maturità mentale. E' inquietante vedere ragazze di 14-15 anni vestite in modo più provocante e sexy di donne di 26-27 anni. E' preoccupante vedere loro bruciare le tappe, perdendo pezzi d'infanzia e di pre-adolescenza fondamentali per la crescita. Questo è un problema culturale, di educazione, che deve portarci a fare domande più ampie, sui valori e gli esempi che i giovani d'oggi hanno e percepiscono soprattutto attraverso i media che tanto li influenzano e li formano. E sul ruolo della famiglia, sempre più complesso e difficile, in bilico tra permissività e modello autoritario.

Ma mai, mai si deve pensare, che siano gli atteggiamenti femminili a provocare la violenza, che è sempre ingiustificata. Lo stupro è sempre esistito, in ogni epoca storica, religione e società, a prescindere dai costumi e dagli usi delle donne. I casi di cronaca, così come studi e sondaggi, non hanno mai evidenziato collegamenti tra lo stile di vita delle donne o i loro modo di abbigliarsi e le violenze subite. Chi stupra lo fa per ragioni che vanno al di là del puro istinto sessuale animale incontrollabile, ma perché malato, disturbato.
Ciò non toglie che le donne, con intelligenza e amor proprio, debbano sapersi difendere a monte, senza però vivere con la paura o limitando la propria libertà. Ma chi difende le donne? In realtà nessuno, non siamo davvero mai libere, e non lo saremo fino a quando le nostre città non saranno sicure, le strade abbastanza illuminate e le stazioni delle metro abbastanza vigilate, anche di notte.

E' troppo facile giudicare le donne e il loro stile di vita con un tristissimo "se lo è andata a cercare", è molto più difficile, anche per quelle società che si dicono evolute e progressiste, far sì davvero che le donne vivano in un mondo che non le faccia sentire in pericolo o in difetto. Queste sono le battaglie che vorrei che le mie amiche femministe o pseudo tali abbracciassero, oltre a fossilizzarsi sui problemi di "genere" e di "ruolo", pur altrettanto importanti e fondamentali.

Gli shorts non stuprano, e nemmeno le minigonne, e nemmeno la nostra sensualità dirompente, nemmeno la nostra femminilità. Nemmeno la nostra socievolezza e voglia di libertà, nemmeno sentirsi spiriti liberi e voler vivere una vita diversa da quello che il resto del mondo si aspetta. Stuprano l'indifferenza, la noncuranza, l'arretratezza mentale e sociale. Fatevene una ragione.

Trovi questo articolo anche su Agoravox Italia.

Luisa Ferrara



mercoledì 13 marzo 2013

Femminicidio: quando non basta un reato

         Articolo pubblicato per Agoravox il 13 marzo 2013. 


E se l'introduzione del reato di femminicidio si riducesse a un mero slogan?
A cosa serve aggiungere l'aggravante di violenza di genere, se non si tutelano le donne prima che vengano uccise?
Proviamo a guardare questa delicata e complessa tematica da un altro punto di vista.
Negli ultimi mesi la parola femminicidio con relativo hashtag e relative discussioni online e sui social network, ha lasciato il solo web per approdare sui mass media. Carta stampata e tv ne hanno fatto immediatamente unoslogan, una parola in cui racchiudere anni di lotte, vittorie, paure.
Ma il termine femminicidio non nasce certo oggi, già studiosi e criminologi lo avevano utilizzato nel secolo scorso per indicare una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna in quanto donna, come risultato di pratiche misogine talvolta reiterate, giustificate, non perseguite.
L’escalation di omicidi e di violenze sulle donne nell’ultimo anno ha dato il via all’allarme mediatico. Si muore sempre più per mano di mariti, ex mariti, fidanzati ed ex fidanzati, nonostante sia stato istituito il reato di stalking già dal 2009.
Ma l’omicidio di una “femmina” in quanto femmina è generalmente soltanto la fase finale derivante da violenze fisiche e/o psicologiche che speso tormentano le vite di tante donne. La violenza e l’assassinio di genere sono l’apoteosi di mentalità pervase da machismo e maschilismo, che difficilmente possono essere curate con un banale aumento di pena. Sarebbe opportuno aiutare le donne quando sono ancora vive.
Pensare di aggiungere un’aggravante di reato includendo la violenza di genere, rischia soltanto di ghettizzare ulteriormente le donne che lottano per aver riconosciuti uguali diritti in Italia, in Europa in Occidente, come nel resto del mondo. O come faceva notare in questo articolo l’autrice del blog, di confondere omicidi “normali” con omicidi di genere, anche quando non lo sono.
Quello che sarebbe opportuno fare è creare una rete di protezione e supporto per le donne che subiscono violenza e maltrattamenti. Inasprire le pene per reati come violenza sessuale, molestie, maltrattamenti, minacce. Applicare concretamente e con tempestività le misure cautelative e le pene previste per il reato di stalking che racchiude in sé vari tipi di minacce, intimidazioni e atteggiamenti persecutori.
Flash mob, manifestazioni e spot sono utili ad alimentare il dibattito e ad estenderne la portata, ma non bastano. Un Paese che si dice civile, progressista e democratico, come l’Italia, ha bisogno di competenze, di persone giuste al posto giusto.
Un esempio. Qualche giorno fa, in occasione dell’8 marzo, mi è capitato di leggere una lettera di una mia conoscente su Facebook che ha voluto denunciare apertamente la sua situazione di violenza ripetuta da parte del marito. La cosa che più mi ha colpito e lasciato senza parole del suo racconto, è stata la risposta di un carabiniere cui si era rivolta per sporgere denuncia:
Quando fui nell'ufficio denuncie e spiegai al maresciallo di turno cosa fosse accaduto, con il referto medico in mano, lui “fortunatamente" dall'alto della sua esperienza e con fare paterno , mi fece rinvenire dicendomi: ." Signo' .. queste sono cose che succedono.. vuje mo' fate sta' denuncia .. che nn serve a niente... c'avete due bambini piccoli, non lavorate, quello mo' vostro marito s'incazza ancora di piu' e succede un casino. I panni sporchi si lavano in casa... vedete che tutto si aggiusta!" 
Trovare persone di questo tipo, quando si va a fare una denuncia per stalking o per maltrattamenti, non aiuta. All’interno delle questure evidentemente non c’è una seria preparazione riguardo vicende così delicate, e quindi il tutto è un po’ a fortuna: tanto può capitarti una persona che prende a cuore la situazione e ti spinge a reagire e a chiedere giustizia come è giusto che sia, utilizzando tutte le armi a disposizione, tanto si può trovare una persona sfaticata o sfiduciata che preferisce chiudere la pratica ancor prima di iniziarla, nemmeno si stesse denunciando il furto di un portafogli o di braccialetto.
Ma non finisce qui. La rete di protezione dovrebbe partire nel momento preciso in cui viene fatta una denuncia per stalking (ma non sempre, purtroppo, evidentemente, accade). Forze dell’ordine, servizi sociali e centri di ascolto antiviolenza dovrebbero mettere assieme le proprie forze e le proprie competenze. Di questi ultimi se ne è parlato egregiamente in una delle recenti puntate del programma Rai Presa Diretta, in cui si è proprio sottolineato il difficile lavoro che tante figure professionali esperte si trovano ad affrontare ogni giorno, aiutando migliaia di donne e bambini, spesso nell’abbandono più totale da parte delle istituzioni. La mancanza di fondi, infatti, rischia di far chiudere molti centri (non solo di ascolto ma anche quelli di accoglienza dotati di posti letto). Altro dato importante è la mancanza di un numero sufficiente di centri in alcune regioni d’Italia, come Calabria, Basilicata e Molise, dove talvolta le donne che hanno bisogno di aiuto, non riescono a raggiungere con facilità i centri che si trovano dall’altra parte della regione.
Dal servizio si evince inoltre la lentezza dei tempi giudiziari e la mancanza di misure cautelative valide per le donne che hanno sporto denuncia: in alcuni casi molte delle donne uccise in questa strage senza fine, avevano denunciato, anche più di una volta, vari tipi di minacce e maltrattamenti, senza che a queste denunce seguissero azioni concrete atte a proteggerle.
È da qui che nasce la mia perplessità: non vorrei che il “femminicidio” si riducesse a mero slogan, così come è stato a suo tempo per lo “stalking”. Le leggi sono importanti nel momento in cui è fatto ogni sforzo possibile per farle rispettare, mettendo a disposizione mezzi e risorse, altrimenti è pura propaganda.
Ma le leggi, anche quando applicate alla lettera, da sole non bastano. Bisogna partire dall’educazione e dalla rieducazione. Bisogna uscire dalla mentalità vittima-carnefice e riprendere il dialogo tra generi, capire l’importanza dell’uguaglianza tra uomo e donna nel rispetto delle differenze biologiche.






 
Come facevo notare in un articolo che ho scritto in occasione della Giornata internazione contro la violenza sulle donne: “…le donne che oggi vogliono essere diverse, minacciano la morale comune e sconvolgono modelli precostituiti, mettendo in crisi un intero sistema. Questo fa paura, fa paura a tutti. Non solo agli uomini. Se l’uomo picchia e ammazza per riaffermare il suo potere, che lentamente si sta erodendo, lo fa per paura, una paura che lo porta a sopraffare l’altro. Bisogna andare a fondo, e capire dove nasce questa paura. Perché si ha paura di un modello di donna che forse è cambiato, e non lo si vuole accettare”.
Accettare che la donna abbia nuovi ruoli, nuove possibilità d’espressione e stili di vita non è semplice per l’uomo di oggi. I vecchi modelli sono in crisi già da qualche decennio e questo ha portato a uno sconvolgimento all’interno dei nuclei familiari e affettivi. Oggi le donne scelgono con più facilità la propria vita e la propria condotta, e non tutti gli uomini, ma nemmeno tutte le donne, sono pronti ad accettare ciò.
Ho parlato, sempre nello steso articolo, di “un altro tipo di violenza, quella che le donne fanno alle altre donne. La violenza psicologica di chi impone schemi in cui rientrare per essere “donna”, prescrive “buona maniere”, stili di vita, ruoli. La violenza di chi ti dice cosa è giusto dire, fare, e come farlo. Di chi vuole che si rimanga uguali a se stesse, perché è più comodo così. Una società in cui sono le donne a giudicare le donne, a renderle deboli e vulnerabili quando non rientrano nel concetto di “donna” che tutta la società si aspetta.”
Questo succede anche quando le madri, le zie, le nonne, le cognate o le sorelle, ti invitano a sopportare maltrattamenti per preservare la famiglia o la relazione, per “difendere i figli”, l’immagine, il “nome”.
Eppure siamo noi donne, noi future mamme, insieme ai futuri padri, ad avere una grande responsabilità:insegnare ai nostri figli, ancora una volta, il rispetto per le donne, unito alla consapevolezza che rispettare le donne (di qualunque età, nazionalità, etnia, religione) non sia segno di debolezza, ma una grande qualità, un grande pregio.
Con l’augurio che un giorno questo pregio diventi normalità. 

Luisa Ferrara