mercoledì 24 aprile 2013

700 caffè nel cassetto (e una fune da equilibrista).

Cari amici, lettori, o semplici passanti,

il 16 aprile c'è stato l'anniversario della 700 esima copia de "Il caffè". Ebbene sì, 700 numeri, che per un settimanale indipendente non sono pochi. Sono contenta davvero di aver partecipato alla realizzazione di più di 70 di queste copie, negli ultimi due anni e più. E' stato anche bello conoscere parte dei collaboratori che con passione hanno scritto e commentato in questi anni, i problemi e gli eventi di Caserta, comuni limitrofi e non solo.

Sono ancora più contenta di aver potuto realizzare una rubrica che parlasse di tematiche che ho a cuore, dell'informazione e della sua evoluzione, nel tempo del giornalismo online e dei social network.
Parlare del web sulla carta stampata, riprendere le news, analizzare le tendenze, raccontare gli scontri, le possibilità. Una sfida.

Ma per questo numero così importante ho voluto parlare di altro, ho voluto parlare di quello che va oltre l'essere una neo-giornalista pubblicista, ma una "ragazza casertana" come tante/i.

Vi lascio la mia riflessione.



Stralci da un (ipotetico) romanzo precario.
E’ il settecentesimo numero de Il caffè, un giornale storico per Caserta, che io non conoscevo fino a pochi anni fa. Perché non vivere a Caserta ma poco più in là in provincia, già può far sentire un giovane o un adolescente un po’ “fuori dal coro”. Ora che sono due anni che collaboro con Il caffè e lavoro in zona, ho potuto in parte riscoprire il desiderio di tener salde le mie radici, di conoscere la mia città, la gente che la abita, le sue abitudini, la sua “movida”.
Da pendolare ogni giorno in trasferta verso Napoli, avevo smarrito un certo senso di appartenenza. Sognavo le grandi città, le metropoli, un lavoro da “radical chic”. Poi ho capito col tempo che professione e mestiere non sono mondi così lontani, che talvolta fare un lavoro nel migliore dei modi e con passione, comporta “sporcarsi la mani”. Ancora lotto con la voglia di restare qui e fare ciò che mi piace  e la consapevolezza che è davvero difficile. Manca ancora qualche anno ai 30, ma parte del coraggio, dell’ottimismo, della voglia di fare e dell’entusiasmo, che contraddistinguono una giovane che sa di avere ancora la vita davanti, è andata persa.
Sapere che la tua terra può offrirti poco, fa male. E’ un continuo annaspare, arrangiarsi, cercare lavori affini alle proprie competenze provando a non snaturarsi, a darsi un valore, oltre che mostrarlo agli altri.
Anni di studio non bastano, se non hai quella scaltrezza mentale, quella caparbietà, quella capacità di imparare-facendo, che può salvare il tuo futuro. Poi, anche per i più volenterosi, una parola si insinua bastarda nelle loro vite, dileguando ogni anelito di sogno, ogni passione, ogni desiderio. Diventa una condizione, smette di essere un “periodo di passaggio”, ma assume la forma di un’ombra che insistentemente ti segue ad ogni tuo passo. Ti senti spacciato, quando lì nell’angolo provi a liberartene.
E’ il precariato.
I tuoi amici che hanno un lavoro qui, o che ancora studiano, o che sono emigrati altrove, ti fanno notare la tua mancanza di coraggio nel non prendere un treno e partire, ti fanno notare che “Milano è un’altra cosa” che devi andare a Nord di Roma se vuoi un lavoro. Ma oggi, chi è che non lo sa? Chi non ne è, almeno in parte, cosciente?
E allora ti convinci che l’idea generale sia che il problema non va affrontato, ma ci vadano messe le toppe. E’ quello che siamo abituati a fare qui, a Sud dello stivale. Pian piano però, toppa su toppa, la maglia perde le sue sembianze, e diventa un obbrobrio. E anche il posto più dolce, più caro e pregno di ricordi, di vita vissuta e speranze disperse, ora non piace più a nessuno.
La paura è la spina nel fianco degli audaci, è come il “se” e il “ma” che si insinuano nei forti. Perché scappare non è sempre segno di coraggio, ma talvolta l’ultima soluzione, la sola possibilità. Restare, invece, può essere un grande atto di amore per la propria Terra, per una parte di sé, ma una dolorosa catena al piede.
Così sei frantumato, diviso, lacerato, frastornato.
Il giovane del sud, mi permetto di insinuare, così come il giovane casertano, vive i suoi migliori anni con questi pensieri e queste voluttà. In attesa di qualcosa che gli cambi la vita, che lo aiuti capire, che lo faccia sentire parte del Tutto. Non un banale elemento di un ingranaggio anonimo, ma un pezzo di un puzzle, un mattoncino della Lego in grado di creare qualcosa di buono, di concreto, di solido.
Costruire mondi in sintonia con se stessi o  immaginare futuri plausibili sentendosene già parte, sono banali vagheggiamenti di chi, a 16-17 anni, già sa che deve fare non la propria scelta vera e ponderata, rispetto a se stesso, ma quella utile. E se non fa quella utile, si porterà dietro il peso e la responsabilità di questo “errore” per tutta la vita. Un macigno che deteriora, che scalfisce, che s’insinua nella quotidianità e diventa parte di te.
Così quel leggero magone diventa nostalgica malinconia, il dubbio del “poteva essere”, “potevo fare”, “dovevo dire”, “dovevo andare”. E non campi più. O forse sì, campi pure. Ma non sei più la stessa persona, resti solo un ingranaggio di quel sistema che hai provato a cambiare, a fare tuo, a interpretare.
Ma non è stato così, e ora è tardi. Ora è il momento di agire.
Luisa Ferrara

mercoledì 13 marzo 2013

Femminicidio: quando non basta un reato

         Articolo pubblicato per Agoravox il 13 marzo 2013


E se l'introduzione del reato di femminicidio si riducesse a un mero slogan?
A cosa serve aggiungere l'aggravante di violenza di genere, se non si tutelano le donne prima che vengano uccise?
Proviamo a guardare questa delicata e complessa tematica da un altro punto di vista.
Negli ultimi mesi la parola femminicidio con relativo hashtag e relative discussioni online e sui social network, ha lasciato il solo web per approdare sui mass media. Carta stampata e tv ne hanno fatto immediatamente unoslogan, una parola in cui racchiudere anni di lotte, vittorie, paure.
Ma il termine femminicidio non nasce certo oggi, già studiosi e criminologi lo avevano utilizzato nel secolo scorso per indicare una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna in quanto donna, come risultato di pratiche misogine talvolta reiterate, giustificate, non perseguite.
L’escalation di omicidi e di violenze sulle donne nell’ultimo anno ha dato il via all’allarme mediatico. Si muore sempre più per mano di mariti, ex mariti, fidanzati ed ex fidanzati, nonostante sia stato istituito il reato di stalking già dal 2009.
Ma l’omicidio di una “femmina” in quanto femmina è generalmente soltanto la fase finale derivante da violenze fisiche e/o psicologiche che speso tormentano le vite di tante donne. La violenza e l’assassinio di genere sono l’apoteosi di mentalità pervase da machismo e maschilismo, che difficilmente possono essere curate con un banale aumento di pena. Sarebbe opportuno aiutare le donne quando sono ancora vive.
Pensare di aggiungere un’aggravante di reato includendo la violenza di genere, rischia soltanto di ghettizzare ulteriormente le donne che lottano per aver riconosciuti uguali diritti in Italia, in Europa in Occidente, come nel resto del mondo. O come faceva notare in questo articolo l’autrice del blog, di confondere omicidi “normali” con omicidi di genere, anche quando non lo sono.
Quello che sarebbe opportuno fare è creare una rete di protezione e supporto per le donne che subiscono violenza e maltrattamenti. Inasprire le pene per reati come violenza sessuale, molestie, maltrattamenti, minacce. Applicare concretamente e con tempestività le misure cautelative e le pene previste per il reato di stalking che racchiude in sé vari tipi di minacce, intimidazioni e atteggiamenti persecutori.
Flash mob, manifestazioni e spot sono utili ad alimentare il dibattito e ad estenderne la portata, ma non bastano. Un Paese che si dice civile, progressista e democratico, come l’Italia, ha bisogno di competenze, di persone giuste al posto giusto.
Un esempio. Qualche giorno fa, in occasione dell’8 marzo, mi è capitato di leggere una lettera di una mia conoscente su Facebook che ha voluto denunciare apertamente la sua situazione di violenza ripetuta da parte del marito. La cosa che più mi ha colpito e lasciato senza parole del suo racconto, è stata la risposta di un carabiniere cui si era rivolta per sporgere denuncia:
Quando fui nell'ufficio denuncie e spiegai al maresciallo di turno cosa fosse accaduto, con il referto medico in mano, lui “fortunatamente" dall'alto della sua esperienza e con fare paterno , mi fece rinvenire dicendomi: ." Signo' .. queste sono cose che succedono.. vuje mo' fate sta' denuncia .. che nn serve a niente... c'avete due bambini piccoli, non lavorate, quello mo' vostro marito s'incazza ancora di piu' e succede un casino. I panni sporchi si lavano in casa... vedete che tutto si aggiusta!" 
Trovare persone di questo tipo, quando si va a fare una denuncia per stalking o per maltrattamenti, non aiuta. All’interno delle questure evidentemente non c’è una seria preparazione riguardo vicende così delicate, e quindi il tutto è un po’ a fortuna: tanto può capitarti una persona che prende a cuore la situazione e ti spinge a reagire e a chiedere giustizia come è giusto che sia, utilizzando tutte le armi a disposizione, tanto si può trovare una persona sfaticata o sfiduciata che preferisce chiudere la pratica ancor prima di iniziarla, nemmeno si stesse denunciando il furto di un portafogli o di braccialetto.
Ma non finisce qui. La rete di protezione dovrebbe partire nel momento preciso in cui viene fatta una denuncia per stalking (ma non sempre, purtroppo, evidentemente, accade). Forze dell’ordine, servizi sociali e centri di ascolto antiviolenza dovrebbero mettere assieme le proprie forze e le proprie competenze. Di questi ultimi se ne è parlato egregiamente in una delle recenti puntate del programma Rai Presa Diretta, in cui si è proprio sottolineato il difficile lavoro che tante figure professionali esperte si trovano ad affrontare ogni giorno, aiutando migliaia di donne e bambini, spesso nell’abbandono più totale da parte delle istituzioni. La mancanza di fondi, infatti, rischia di far chiudere molti centri (non solo di ascolto ma anche quelli di accoglienza dotati di posti letto). Altro dato importante è la mancanza di un numero sufficiente di centri in alcune regioni d’Italia, come Calabria, Basilicata e Molise, dove talvolta le donne che hanno bisogno di aiuto, non riescono a raggiungere con facilità i centri che si trovano dall’altra parte della regione.
Dal servizio si evince inoltre la lentezza dei tempi giudiziari e la mancanza di misure cautelative valide per le donne che hanno sporto denuncia: in alcuni casi molte delle donne uccise in questa strage senza fine, avevano denunciato, anche più di una volta, vari tipi di minacce e maltrattamenti, senza che a queste denunce seguissero azioni concrete atte a proteggerle.
È da qui che nasce la mia perplessità: non vorrei che il “femminicidio” si riducesse a mero slogan, così come è stato a suo tempo per lo “stalking”. Le leggi sono importanti nel momento in cui è fatto ogni sforzo possibile per farle rispettare, mettendo a disposizione mezzi e risorse, altrimenti è pura propaganda.
Ma le leggi, anche quando applicate alla lettera, da sole non bastano. Bisogna partire dall’educazione e dalla rieducazione. Bisogna uscire dalla mentalità vittima-carnefice e riprendere il dialogo tra generi, capire l’importanza dell’uguaglianza tra uomo e donna nel rispetto delle differenze biologiche.






 
Come facevo notare in un articolo che ho scritto in occasione della Giornata internazione contro la violenza sulle donne: “…le donne che oggi vogliono essere diverse, minacciano la morale comune e sconvolgono modelli precostituiti, mettendo in crisi un intero sistema. Questo fa paura, fa paura a tutti. Non solo agli uomini. Se l’uomo picchia e ammazza per riaffermare il suo potere, che lentamente si sta erodendo, lo fa per paura, una paura che lo porta a sopraffare l’altro. Bisogna andare a fondo, e capire dove nasce questa paura. Perché si ha paura di un modello di donna che forse è cambiato, e non lo si vuole accettare”.
Accettare che la donna abbia nuovi ruoli, nuove possibilità d’espressione e stili di vita non è semplice per l’uomo di oggi. I vecchi modelli sono in crisi già da qualche decennio e questo ha portato a uno sconvolgimento all’interno dei nuclei familiari e affettivi. Oggi le donne scelgono con più facilità la propria vita e la propria condotta, e non tutti gli uomini, ma nemmeno tutte le donne, sono pronti ad accettare ciò.
Ho parlato, sempre nello steso articolo, di “un altro tipo di violenza, quella che le donne fanno alle altre donne. La violenza psicologica di chi impone schemi in cui rientrare per essere “donna”, prescrive “buona maniere”, stili di vita, ruoli. La violenza di chi ti dice cosa è giusto dire, fare, e come farlo. Di chi vuole che si rimanga uguali a se stesse, perché è più comodo così. Una società in cui sono le donne a giudicare le donne, a renderle deboli e vulnerabili quando non rientrano nel concetto di “donna” che tutta la società si aspetta.”
Questo succede anche quando le madri, le zie, le nonne, le cognate o le sorelle, ti invitano a sopportare maltrattamenti per preservare la famiglia o la relazione, per “difendere i figli”, l’immagine, il “nome”.
Eppure siamo noi donne, noi future mamme, insieme ai futuri padri, ad avere una grande responsabilità:insegnare ai nostri figli, ancora una volta, il rispetto per le donne, unito alla consapevolezza che rispettare le donne (di qualunque età, nazionalità, etnia, religione) non sia segno di debolezza, ma una grande qualità, un grande pregio.
Con l’augurio che un giorno questo pregio diventi normalità. 

Luisa Ferrara

martedì 12 marzo 2013

Il M5S e la politica reale.


Da Il Caffè del 9 marzo 2013.


Qualcuno faceva notare in questi giorni che siamo senza Papa, senza Governo e anche senza Capo della Polizia (perché ricoverato). Quasi uno stato di “anarchia”, certamente temporaneo, dai toni un po’ “alternative”, che i punk inglesi potrebbero anche invidiarci.
Ma aldilà dei commenti ironici, che l’Italia stia attraversando un periodo complesso, è ormai cosa assodata. Si dice che la crisi sia l’inizio della rinascita, se è così allora possiamo solo aspettare. Del resto, dal voto espresso nelle ultime elezioni, è parsa chiara l’esistenza di una parte dell’Italia che vuole restare ancorata alla vecchia politica e a vecchi simboli che sembravano superati, come il berlusconismo e tutto ciò che incarna. D’altro canto però, una bella fetta di italiani si è avvicinata alla cosiddetta antipolitica di Grillo, a quel Movimento 5 Stelle che ha portato in Parlamento il voto di protesta, la voglia di cambiare o meglio di distruggere la vecchia politica.
Quello che mi preme sottolineare, restando fedele allo scopo di questa nostra rubrica, è lo sciogliersi dell’antitesi reale-virtuale. Il movimento di Grillo parte dalla Rete, da quel World Wide Web che unisce persone lontane fisicamente in un unico luogo, attraverso piattaforme che permettono un dialogo pressoché “universale”. Non c’è limite alla partecipazione, alla libertà di pensiero e di espressione, tutti possono dire la propria, finalmente, tutti possono fare politica, essere opinionisti, apportare la propria visione delle cose. L’informazione non è più unidirezionale, ma è orizzontale. E con essa anche la comunicazione politica, nel tempo, è stata costretta a cambiare, ma non sempre è riuscita nello scopo. Il fatto di utilizzare un mezzo così vasto e potente, che permette una comunicazione orizzontale, non significa saperla fare.
Grillo e  Casaleggio in questo sono stati bravi, e il Movimento si è saputo muovere attraverso la Rete e le piazze, tenendo lontano i giornalisti, simbolo secondo loro del vecchio modo di fare comunicazione, quel Quarto Potere che parla ancora da uno a molti, che non è più controllo dell’operato dei potenti, che si è lasciato “asservire”. Nelle critiche di Grillo c’è sicuramente del vero, nel desiderio “distruttivo” del Movimento ci sono probabilmente tanti buoni propositi.
Il problema è capire se questa “rivoluzione” sia possibile farla in Parlamento, tenendo presente la nostra Costituzione, lo spirito democratico che la anima. Perché va bene voler punire quella classe politica nascosta dietro ai propri privilegi, ma bisogna fare i dovuti distinguo, altrimenti con un generico “tutti a casa” si rischia di far di tutta l’erba un fascio. E di questo gli italiani non hanno bisogno, non è la demagogia che ci porterà a cambiare, ma la consapevolezza che la politica non è cosa “altra” dai cittadini, ma ci appartiene. E’ da qui che bisogna partire, perché in fondo la politica, e scusate se ricorro a frasi già sentite, non è nient’altro che lo specchio della società. Ed è anche responsabilità nostra mandare al potere gente onesta, uscire dal classico “tifo politico”con cui siamo abituati e guardare ai fatti, informarci e farsi domande.
Il passaggio da reale a virtuale non è dunque così semplice, così scontato, così immediato. E’ necessario che ora il Movimento mostri le competenze e la concretezza di cui ha sempre lamentato la mancanza nella nostra classe politica, impegnandosi a governare, ed è ora che si metta in discussione, che accetti di farsi conoscere, anche tramite quel giornalismo classico che negli ultimi anni tanti sforzi sta compiendo per aggiornarsi e sopravvivere online e non solo. 

Luisa Ferrara

venerdì 1 marzo 2013

Differenziata? Si può fare ancora di più.

Da Il caffè del 23 febbraio 2013



Questo il claim della campagna di sensibilizzazione avviata dal Comune di Caserta per far conoscere meglio ai cittadini i servizi e le modalità della raccolta differenziata. Da pochi giorni è nato un nuovo sito web www.differenziatacaserta.it fresco e colorato, con un’immagine evocativa di bimbi che corrono all’aperto, e con il “più” sostituito da un + a simbolo, quasi a rappresentare una crocetta rosa, forse ad indicare l’importanza per la vita e la salute di corretti “comportamenti ambientali”.
Una sezione del sito spiega come separare i rifiuti in casa, dividendoli in ben 8 categorie: umido, carta e cartone, indifferenziato, multimateriale, farmaci e pile, ingombranti, rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, oli commestibili esausti.
In un’altra sezione del sito è spiegato che per i rifiuti ingombranti è possibile chiedere il ritiro a domicilio su prenotazione chiamando un numero verde “per particolari esigenze”, ma non è specificato quali. In generale, infatti, i cittadini sono tenuti a depositare i rifiuti ingombranti come materassi, poltrone, divani, tavoli, biciclette, mobili vecchi ecc., presso le 3 isole ecologiche della città.
Le pile e i farmaci vanno lasciate negli appositi contenitori che si trovano presso gli i rivenditori, mentre per i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (raee) è possibile la raccolta domiciliare su prenotazione o lo smaltimento presso le isole ecologiche. Ma se si compra un nuovo elettrodomestico, ad esempio, è importante sapere che per legge quello in disuso deve essere smaltito dal rivenditore. Anche gli oli esausti commestibili devono essere smaltiti presso i centri di raccolta (isole ecologiche).
E’ inoltre prevista la raccolta dei cartoni per i commercianti, divisi in piccole utenze e grandi utenze, che verrà fatta presso l’esercizio in determinate fasce orarie e giorni.
Il porta a porta è valido invece per tutte le altre tipologie di rifiuti: ci sono specifici giorni e orari per umido, multimateriale, carta e cartone e indifferenziato. Per chi avesse dei dubbi su quali rifiuti appartengono a queste categorie, può trovare molti esempi sul sito stesso. I kit di sacchetti possono essere ritirati sempre presso le isole ecologiche, ogni 6 mesi. Sul sito ci sono gli indirizzi delle isole ecologiche, con tanto di cartina.
Alcune parti del sito, come quella che potrebbe essere molto interessante, “Dizionario della Raccolta Differenziata”, sono ancora in allestimento. Sembra sia prevista l’attivazione dei relativi account Facebook, Twitter e You Tube, anche se nessuno di questi è per ora ancora attivo.
Un primo passo per collegare i cittadini al Comune su tematiche così importanti sembra esser stato fatto. E’ importante però che il sito non resti un luogo virtuale passivo e poco aggiornato, ma una comunità dove possibile confrontarsi, trovare informazioni costantemente aggiornate e risposte a dubbi o problemi, attraverso un filo diretto costante con il Comune e con chi per esso si occupa della raccolta.
Luisa Ferrara

venerdì 22 febbraio 2013

Terra violata.


Da Il caffè del 16 Febbraio 2013.


GRANDE FOLLA ALL’INCONTRO SU SVERSAMENTI ABUSIVI E ROGHI DI RIFIUTIORGANIZZATO DA ALCUNE ASSOCIAZIONI CITTADINE. DON ANTONELLO GIANNOTTI: RIUNIONI MENSILI SULL’ARGOMENTO.
Una musichetta allegra e rilassante, le immagini di rifiuti abbandonati e il fumo nero dei roghi. Cose inconciliabili, messe però assieme da Romano Montesarchio nel video che ha aperto l’incontro “Terra Violata”, probabilmente per sottolineare l’assurdità di queste situazioni. «Questa è un’emergenza sanitaria» spiega nell’intervento di apertura Giuseppe Tescione di OsservAzione, «che vede purtroppo tra i responsabili la malavita organizzata, ma anche i cittadini comuni che, per incuria, ignoranza o inciviltà, sversano il frigorifero, il materasso, il seggiolino per auto dei bambini, non sfruttando i servizi messi a disposizione dalle nostre amministrazioni». E chiude: «Qui si muore di cancro, e ciò è frutto della malagestione della cosa pubblica degli ultimi 30 anni. Non ha colori politici». Uno schiaffo in faccia.
Così si è aperto l’incontro tenutosi venerdì 8 febbraio presso la sala Moscati della chiesa del Buon Pastore a Caserta, una tavola rotonda sul grave problema degli sversamenti abusivi e dei roghi tossici di rifiuti nel territorio casertano, organizzata dal Com.E.R. (Comitato Emergenza Rifiuti), da OsservAzione e dal circolo Legambiente di Caserta. L’incontro ha visto la partecipazione di tantissimi cittadini, che hanno affollato la piccola saletta, messa a disposizione da Don Antonello Giannotti, portando con sé tanta indignazione e tante domande. Al convegno hanno partecipato, oltre al parroco, il magistrato Raffaele Piccirillo del Tribunale di Napoli (noto per aver ordinato il sequestro della discarica sita nella zona Lo Uttaro) e il dott. Gaetano Rivezzi, dell’Associazione ISDE Medici per l’ambiente. Ha moderato la tavola rotonda la giornalista Marilù Musto de Il Mattino di Caserta, che già più volte si è occupata di tali tematiche.

L’allarme sociale è forte ormai già da qualche anno, e la popolazione comincia ad essere molto preoccupata per l’alto rischio sanitario legato alle varie forme di smaltimento illecito dei rifiuti, ovvero discariche abusive, sversamento di veleni nelle campagne e roghi di rifiuti. Tra le provincie di Napoli e Caserta c’è purtroppo una zona franca dove tutto è possibile, dove non c’è controllo, dove la legge non ha potere. Tonnellate e tonnellate di rifiuti, talvolta pericolosi, vengono abbandonati ogni giorno nelle campagne coltivate, ai lati delle strade o nei canali, inquinando terreni e falde acquifere, o sono dati alle fiamme per far posto ad altri rifiuti, impedendo così anche di risalire ai responsabili dello sversamento.
Il dott. Rivezzi ha evidenziato i dati allarmanti sulla mortalità per patologie oncologiche che, secondo un recente studio dell’Istituto per i tumori Pascale di Napoli, negli ultimi 15 anni è aumentata solo nel napoletano fino al 47% e nel casertano del 28,4% tra gli uomini e del 32,7% tra le donne. Specifici studi sulla presenza di diossina nel sangue di donne campane, hanno rilevato tassi alti di presenza della sostanza molto al di sopra della norma, pericolosi per lo sviluppo del feto e per la salute del bambino.
Nonostante, a più voci, gli amministratori pubblici abbiano dichiarato la fine dell’emergenza rifiuti, in tutta la conurbazione urbana casertana e in particolare nelle strade di confine tra i vari comuni, è aumentato vertiginosamente il fenomeno dell’abbandono dei rifiuti e dei conseguenti roghi. Un enorme affare per la camorra, in particolar modo per il clan dei casalesi, che, con la collusione di parte della politica e dell’imprenditoria locale, compie ogni giorno questo scempio. Così, una regione naturalmente predisposta all’agricoltura e all’allevamento, si ritrova a contrastare un inquinamento pericoloso per l’ambiente e per la salute, senza poter contare su leggi adeguate che davvero puniscano i responsabili di tali crimini.
Il magistrato Raffaele Piccirillo denuncia con veemenza, già da diverso tempo, la mancanza di pene commisurate ai danni perpetuati all’ambiente dalla criminalità o da incoscienti imprenditori affaristi collusi con essa. Quello che più fa male ai cittadini, è l’assistere al silenzio assordante delle Istituzioni su queste problematiche, e la terribile sensazione di essere soli a lottare contro i mulini a vento.

C’era il rischio che passasse un decreto, presentato dal governo negli ultimissimi giorni del proprio mandato, che permettesse di incenerire rifiuti all’interno delle cave. Ciò avrebbe portato a situazioni ambientali rischiosissime per le persone, soprattutto in città che hanno le cave a un tiro di schioppo. «Siamo contrari a ogni norma, come quella dello schema di decreto in esame alla Commissione Ambiente della Camera lunedì prossimo, che ipotizzi l’autorizzazione a trattare rifiuti nei cementifici», aveva detto sia all’incontro sia in una nota stampa il sindaco Pio Del Gaudio.
Nel frattempo lunedì 11 febbraio è passato, e la Commissione Ambiente ha espresso il proprio parere contrario al decreto, scongiurando quindi ogni rischio per la salute dei cittadini. Il sindaco, però, sottolinea la necessità per Caserta di avere un impianto di trattamento dei rifiuti. «Non un inceneritore e non in zona Lo Uttaro. Lo dico anticipatamente e in maniera netta per bloccare ogni polemica e ogni strumentalizzazione», tranquillizza il primo cittadino. Resta da vedere di cosa si tratterà. Lunedì scorso c’è stato il primo incontro con le associazioni per decidere. «Auspico che il confronto continui proficuamente» fa sapere Del Gaudio in un comunicato «e sia unicamente improntato al fare, piuttosto che a pregiudizi o configurazioni di scenari più ampi delle opportunità e delle urgenze che interessano Caserta».
Ricordiamo che una parte della discarica di Lo Uttaro è ancora piena di rifiuti. Giovanni Romano, assessore regionale all’Ambiente, ha fatto sapere che sono stati stanziati 150 milioni di euro per interventi di compensazione ambientale, 10 dei quali sono per il ripristino dell’area di Lo Uttaro. La bonifica, però, non inizierà a breve: infatti, solo ad aprile inizieranno le gare d’appalto. Insomma, prima o poi la bonifica si farà. Il problema è che non si sa quando.
Nel suo intervento, Don Antonello Giannotti - che propone di fare riunioni mensili per discutere dell’argomento rifiuti e ambiente sul nostro territorio - ha dichiarato che dei 170 funerali celebrati nella sua chiesa lo scorso anno, 150 erano di morti per cancro. Se le cose continueranno così si rischia «un esodo biblico», dice il parroco. E probabilmente è anche arrivato il momento di dire basta a tutto ciò.

 Luisa Ferrara e Donato Riello




giovedì 7 febbraio 2013

Se una notizia è bella...


Da Il caffè del  3 febbraio 2013


E’ facile che ascoltando il Tg regionale della Campania o leggendo i vari giornali online, locali e non, si apprendano notizie non sempre “belle” su quello che accade in Campania. Del resto c’è il sentore un po’ generale che le belle notizie non siano vere e proprie notizie, ma in qualche modo “propaganda”, o al massimo “promozione”. Quindi raccontare i problemi, è più o meno, la regola.
Vivere in Campania non è semplice: si prova quotidianamente il forte contrasto tra la consapevolezza delle grandi potenzialità del nostro territorio, e l’incapacità o la non volontà di saperle sfruttare al meglio.
Si sente parlare a volte di inciviltà diffusa, di non rispetto delle regole, di rifiuti abbandonati per strada, di roghi tossici non denunciati, e tanto altro ancora. Ma la Campania è fatta anche degli autobus senza gasolio, delle corse dimezzate della Circumvesuviana, delle strade piene di buche, di giovani laureati che emigrano al Nord o all’estero, dei disoccupati talmente disoccupati, che ormai si sono “organizzati”.
Siamo un popolo talmente mancante di speranza e succube della rassegnazione, che forse non sappiamo più cosa farcene della pizza, de sole e del mandolino.
Manca una volontà dall’alto nel cambiare le cose, l’intervento delle Istituzioni può dirsi saltuario, e purtroppo, poco incisivo.
Eppure palpiti di speranza, di voglia di cambiamento, arrivano, dalla gente, dalle persone comuni, quelle oneste e operose, che sono tante, spesso silenziose, spesso stanche.
Impianti fotovoltaici, è record. La Campania punta sull'energia pulita” -  possiamo leggere su Repubblica online, ed esser fieri di essere il primo capoluogo di Provincia con più megawatt di energia pulita prodotta: solo a Caserta, secondo l’Enel, più di 1893 allacci, a Napoli 1631, a Salerno 1357, a Benevento 873.
L’Ansa scrive: “ Nel corso del terzo trimestre del 2012 torna in territorio negativo la dinamica delle esportazioni dei distretti tradizionali del Mezzogiorno, monitorati da Intesa Sanpaolo. Fa eccezione la Campania dove hanno sperimentato buoni ritmi di crescita le esportazioni del distretto del caffè e della pasta napoletana e delle Conserve di Nocera….”.
I prodotti tipici locali, vincono ancora, nonostante il forte inquinamento del nostro territorio e la mancanza di accertamenti di responsabilità e bonifiche. Segno che molte zone, forse, sono ancora salve, e che siamo riusciti in parte a preservare ciò che ci dà lavoro e vita, perché non continuare a farlo?
Una notizia su tutte mi ha colpito: dal sito web della rivista Denaro.it, versione online della storica rivista economica cartacea campana, si legge di nuove tecnologie in grado di “telerilevare” l’inquinamento delle acque e del territorio: “Il velivolo (Atr 42 MP della Guardia costiera) è dotato di una sofisticata strumentazione (Radar SLAR) in grado di operare il telerilevamento e il controllo del territorio e di restituirne poi una attenta fotografia relativa alle fonti di inquinamento. E’ cioè in grado di attivare una mappa di alert ambientali di varia natura perché il corpo delle capitanerie lo ha allestito e dedicato alle finalità istituzionali di monitoraggio ambientale”.
Alcuni test sono già stati effettuati sul litorale Domitio , sul Volturno e sul Sarno. Sembra che la Regione Campania voglia stipulare una convenzione con la Guardia Costiera, per un progetto di monitoraggio della “Terra dei fuochi” per la lotta contro i roghi abusivi tossici e per rilevare discariche abusive nascoste e prevenire gli sversamenti da parte delle ecomafie. Un progetto sicuramente ambizioso, ma certamente necessario, che auspichiamo possa realizzarsi nel più breve tempo possibile.
Ciò che forse manca, e sarebbe necessario in un processo di questo tipo, è l’inasprimento delle pene per i reati contro l’ambiente, altrimenti si rischia di continuare a investire denaro e forze in battaglie lunghe e fondamentali senza alcuna certezza che chi ha commesso crimini ne paghi le conseguenze, vanificando l’operato di forze dell’ordine, Istituzioni, magistrati e cittadini. 

Luisa Ferrara

giovedì 31 gennaio 2013

Elezioni social.


Da Il caffè del 26 gennaio 2013


E’ da più di un anno che provo a raccontare come la discussione politica si sia ormai spostata anche online, e in particolare sui social network come Facebook o Twitter.
Finalmente anche la grande stampa, quella che conta, ha cominciato a capire l’importanza di questi mezzi, le potenzialità e anche i “pericoli”. Ad analizzare la comunicazione politica dei tweet di Twitter o dei post di Facebook, a studiare il seguito di un politico piuttosto che di un altro, a cercare di capire quant’è forte la ripercussione che ha una dichiarazione quando a seguire un determinato esponente o partito, può esserci potenzialmente una grossa fetta della Rete.
E fioccano anche analisi e statistiche. Che non mancano mai, in un’Italia così incerta.
Secondo i dati Nielsen, l’Italia è al primo posto nell’utilizzo di social media, anche più degli Stati Uniti. Gli italiani passano tanto tempo su blog e social network, all’incirca 1/3 di tutto il tempo trascorso online.


Un occasione ghiotta, fanno notare gli studi Nielsen, per le imprese e il marketing, e ovviamente, aggiungerei anche per la politica. Che in fondo non fa che vendere un “prodotto”, imbonendo il compratore che sia meglio di quello degli altri. Che sia un programma, un’ideale, un progetto, o una grande bugia.
Dopo anni in cui lo spirito critico degli italiani è stato messo a dura prova dal duopolio televisivo Rai-Mediaset, da un conflitto di interessi palese e mai affrontato seriamente, da un editoria stanca e conservatrice di se stessa, forse queste nuove modalità di comunicazione e partecipazione, possono sembrare un respiro di sollievo, una nuova opportunità di conoscere i fatti e poterli commentare.
Ma quanto realmente l’approccio dei nostri esponenti politici è innovativo e significativo? Quanto, invece, resta solo lo specchio del loro modo classico di comunicare agli italiani? Quanto, la loro presenza online è cassa di risonanza di combattimenti in arene televisive, trasformando la partecipazione degli utenti dei social media in mero commento dei peggior teatrini che si tengono nei salotti dei più seguiti talk show?
Non sono queste domande retoriche, perché le risposte possono essere varie e contrastanti. L’uso che se ne fa di questi mezzi dipende ancora una volta dal grado di consapevolezza che si vuole avere dei fatti, da quanto si è interessati a un’informazione sana e pulita, che non sia tifo politico.
La campagna elettorale che ci porterà alle elezioni del 24 e 25 Febbraio è ancora fatta di manifesti e comparse televisive, mentre la forma del comizio sta, in taluni casi, lasciano spazio a una piazza “virtuale”. Alcuni esempi contrastano con questa tendenza, come i palchi di Beppe Grillo o come Matteo Renzi che ha girato l’Italia in camper.
In ogni caso, secondo il sociologo Marcio Morcellini, Twitter in particolare, ha il merito di fornire delle parole chiave, ossia argomenti rilevanti, che poi il politico andrà a sviluppare in tv. Chi l’avrebbe mai detto che un “hastag” sarebbe diventato più importante di uno slogan su un manifesto, o un discorso preparato?
Ma la cosa più importante, che ad esempio offre un mezzo come Facebook, dove sicuramente c’è più spazio per esprimersi rispetto ai 140 caratteri di un tweet, è la possibilità di raccontare le proprie giornate, il proprio operato, ribadire le leggi per cui si è lottato o votato contro, rendere partecipe chi ci segue  delle proprie idee e progetti, senza passare per un’intervista giornalistica, un articolo di giornale, l’interpretazione di un “avversario”. Diretti all’interlocutore, senza filtri, se non quello dello Staff incaricato di aggiornare la propria pagina, e magari eliminare i commenti più scomodi.
Che vinca, dunque, lo Staff migliore.

Luisa Ferrara